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Reggio Emilia, «Polizia provinciale: un Corpo sotto organico con una gran mole di lavoro»

Il comandante Lorenzo Ferrari parla di compiti e attività a cui sono chiamati i suoi uomini «Grazie a due nuovi agenti in arrivo potremo vigilare meglio il territorio»


16 aprile 2022 R.M.B.


Comandante Ferrari, sono stati anni difficili per le Province, lo sono stati anche per voi?

«I numeri parlano chiaro: nel 2010 l’organico della Polizia provinciale di Reggio Emilia era di 19 unità, a fronte di uno standard di 23 fissato dalla Regione Emilia Romagna, a quei tempi in base a popolazione e superficie. Nel 2020 eravamo in sette, lo scorso anno in nove, entro l’estate – attraverso il mega concorso regionale per polizia locale – arriveranno altri due agenti. È vero che la legge regionale di riordino del governo locale, conseguente alla Legge Delrio, ci ha tolto alcune competenze soprattutto in ambito amministrativo, ma rimaniamo comunque sottodimensionati rispetto alla mole di attività che siamo chiamati a svolgere».

Oggi, esattamente, di cosa si occupa la Polizia provinciale?

«Vigilare, non solo su quasi mille chilometri di strade provinciali, in caso di interventi tecnici, incidenti o frane, nevicate e allagamenti stradali, ma soprattutto su oltre duemila chilometri quadrati di territorio per quanto riguarda le attività venatorie, la tutela dell’ambiente e della fauna. E gestire i piani di controllo di quella selvatica».

Si riferisce alle nutrie, che rischiano di minacciare gli argini di fiumi, torrenti e canali? Anche lo scorso anno ne avete abbattute più di diecimila...

«Ovviamente non solo noi: in questo caso sono fondamentali gli 869 coadiutori faunistici che vanno comunque autorizzati, coordinati, controllati, rimborsati grazie ai fondi di Comuni e Bonifiche e, da quest’anno, anche della Regione. Le nutrie sono l’unica specie, per altro non autoctona, per la quale l’obiettivo della Regione Emilia Romagna, sulla base anche delle indicazioni nazionali, punta non tanto al contenimento, ma alla eradicazione. Questo roditore, infatti, mette a rischio la tenuta di infrastrutture idrauliche, scarpate delle strade che corrono lungo argini e canali e anche ponti, scavando spesso di fianco alle spalle dei piloni. Obbiettivo sostanzialmente irraggiungibile nell’ambiente padano, purtroppo ideale per questi animali dall’elevato tasso riproduttivo e dalla bassa mortalità naturale. Ma ci sono da contenere numericamente pure corvidi, storni e piccioni, che provocano ingenti danni all’agricoltura e al patrimonio zootecnico, e i cinghiali, pericolosi anche per la sicurezza stradale».

Grazie ai due agenti in più in arrivo entro l’estate su cosa punterete?

«Su un maggiore pattugliamento del territorio a tutela dell’ambiente e della fauna, attività che ha inevitabilmente sofferto a causa di questi ultimi anni di incertezze e di tagli che hanno interessato noi e, più in generale, le Province. Anche perché, purtroppo, stiamo avvertendo un forte rischio».

Quale rischio?

«Il ritorno di una mentalità retrograda, che francamente non apparteneva più a una terra civile e moderna come Reggio e l’Emilia, caratterizzata da un diffuso rispetto per l’ambiente e da una buona educazione anche venatoria – conclude il comandante Lorenzo Ferrari –. Purtroppo stanno aumentando i casi, chiaramente dolosi, di trappolaggio o di avvelenamenti di specie protette. Le attività illegali di contrasto dei predatori selvatici, come lupi, volpi o uccelli rapaci, a tutela della selvaggina cacciabile erano spesso praticate in passato, ma ormai fortunatamente in disuso. Occorre mantenere alta la guardia».



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