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Novellara, un anno senza Saman

Enrico Lorenzo Tidona
Novellara, un anno senza Saman

Delitto consumato in famiglia tra dubbi, bugie e misteri

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Dov’è Saman? Perché alla fine è ancora questa la vera domanda che da un anno esatto non trova risposta e che non abbandona mai la mente di chi la sta ancora cercando, non senza una recondita speranza da parte di qualcuno che possa essere magari viva. Era la notte tra il 30 aprile e il Primo maggio del 2021 quando di lei si persero le tracce. Solo una volta svelato questo mistero, sulla tragica scomparsa da Novellara della 18enne che si era opposta ai dettami della famiglia, si potrà giungere alla tanto agognata verità.


IL VIDEO SHOCK
Quindi dov’è? È viva? O è segregata da qualche parte? Oppure è davvero morta, uccisa proprio da chi doveva volerle più bene? A dirlo saranno a breve i giudici del processo che sta per incardinarsi a Reggio Emilia. Per ora ci sono poche novità su un caso già ampiamente sviscerato. L’unico exploit svelato pochi giorni fa riguarda la visione di quel video che inquadra la ragazza per l’ultima volta mentre esce di casa con lo zaino sulle spalle, procedendo verso i campi alle 00.10 del primo maggio del 2021. Sono immagini della sorveglianza dell’azienda agricola nella quale viveva con i parenti. Con lei ci sono la madre Nazia Shaheen (43 anni) e il padre Shabbar Abbas (46 anni), entrambi fuggiti in Pakistan poco dopo la scomparsa della figlia.

Nel video si vede la madre che ferma a metà strada il padre e sembra fargli cenno di rientrare in casa mentre lei procede verso l’oscurità con la figlia. Un minuto dopo si vede la madre rientrare in casa col marito ma senza più la figlia. Dov’è Saman? Dopo altri quattro minuti il padre di Saman esce di nuovo di casa e va verso il quadrante scuro nel quale sembra che la figlia sia stata inghiottita poco prima. Ci va sempre con il cellulare acceso in mano. Poco dopo rientra e lì c’è l’immagine più agghiacciante: il padre ha in mano lo zainetto della figlia.


Dodici minuti che hanno segnato la tragedia, secondo gli inquirenti. La ragazza sarebbe stata portata dallo zio Danish Hasnain, ritenuto l’autore materiale dell’omicidio, immortalato sempre dalle telecamere dell’azienda agricola due giorni prima, il 29 aprile, mentre si dirigeva verso i campi con i cugini di Saman Nomanulhaq Nomanulhaq e Ikram Ijaz con tanto di vanghe e piede di porco.


LA RIBELLIONE
A oggi ci sono due verità, posizionate su sponde chiaramente opposte. Per gli inquirenti la ragazza è stata uccisa per volontà dei genitori e per mano dello zio con la complicità di due cugini, tutti accusati di omicidio premeditato, sequestro di persona e occultamento di cadavere. Ma il corpo non è mai stato trovato, nonostante gli sforzi fatti da quel 30 aprile, giorno in cui non si è più avuta traccia delle giovane che si era ribellata all’integralismo culturale che la voleva fagocitare. Un atroce delitto di famiglia che ha segnato le cronache italiane nell’ultimo anno. Per i famigliari indagati invece non è stata uccisa o, quantomeno, ciascuno di loro nega di averla uccisa o di averla fatta uccidere. Senza il corpo, il processo che ci sarà a breve, rischia di essere del tutto indiziario.

A cercare di salvarla prima e di districare il mistero sul delitto dopo, sono stati i carabinieri che per risolvere il caso sulla ragazza – che sui social si definiva “italian girl” – hanno messo in piedi con la procura di Reggio Emilia una delle più vaste indagini degli ultimi anni, tale da avere un’eco internazionale con arresti avvenuti anche all’estero.

«Dov’è Saman?» è la domanda chiave che si sono posti in primis proprio i carabinieri di Novellara, placida cittadina della campagna reggiana dove la ragazza aveva cominciato a emanciparsi dai dettami della sua famiglia, vestendo con abiti occidentali, senza velo, prediligendo il rossetto e i jeans alle vesti tipiche usate dalle connazionali. Una ribelle, in quel contesto, che era riuscita anche a scappare di casa per andare in Belgio, dove si era data appuntamento con un ragazzo, subendo poi l’ira del padre al suo ritorno. Pochi mesi dopo, sarà lei stessa a denunciare i genitori. E si apre un percorso che la porta in una comunità, sotto l’egida dei Servizi sociali, mentre i genitori progettavano per lei un matrimonio “combinato” con un cugino in Pakistan più vecchio di 11 anni, divenuto motivo di scontro tra la ragazza e i genitori. Tanto da portare la giovane a chiedere aiuto ai carabinieri.


PROCESSO AL VIA
«Dov’è Saman?» è quindi la domanda che i militari hanno poi rivolto ai famigliari della ragazza, quando si sono presentati all’uscio dell’abitazione situata all’interno dell’azienda agricola di via Colombo diventata l’epicentro della vita di quella comunità famigliare, finita ora sotto processo. Ma intanto, i genitori erano già fuggiti in Pakistan.


Pochi giorni fa, infatti, il sostituto procuratore Laura Galli ha richiesto il rinvio a giudizio per i cinque famigliari della ragazza. Ora l’ufficio del gup dovrà fissare l’udienza preliminare, attesa per maggio, prima della quale gli avvocati dovranno preparare la nuova fase di difesa, vagliando soprattutto la grande mole di intercettazioni effettuate in quest’anno di indagini. Le tre le figure principali di questa allucinante vicenda sono i genitori e lo zio, arrestato a Parigi, mentre il cugino Nomanulhaq (35 anni) è stato arrestato a Barcellona e Ikram Ijaz (29 anni) a Nimes. Una fuga collettiva, senza avvisare datore di lavoro né altri, che ha corroborato la tesi degli inquirenti.


IL GRANDE ACCUSATORE
A restare in Italia – ma solo perché fu fermato al confine con la Francia essendo minorenne – è il grande accusatore, ovvero il fratello di Saman, tutt’ora minorenne. È colui che ha già puntato il dito contro lo zio Danish, dicendo che è stato lui a strangolare la sorella, mentre i due cugini avrebbero sepolto il corpo, mai ritrovato.

Un delitto con due aggravanti, cioè la premeditazione e i motivi abietti o comunque futili «legati al fatto – si legge nel capo d’imputazione – che la ragazza non viveva secondo i dettami culturali musulmani e pakistani, era scappata da casa, si era rivolta ai Servizi sociali che l’avevano collocata in comunità protetta e aveva intrapreso una relazione con un ragazzo pakistano in Italia, rifiutandosi di sposare il fidanzato scelto dai genitori così disonorando la famiglia».


DOV’È SAMAN?
Gli indizi raccolti nei 7 faldoni e nelle oltre 5mila pagine di inchiesta sembrano essere molti. Il movente, per la procura, è purtroppo cristallino. All’appello mancano i genitori, ai quali si attende ancora di chiedere a chi hanno consegnato la figlia quella sera, lasciandola andare via senza lo zaino. Ancora, un anno dopo.


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