L’indignazione del figlio di Marco Biagi: «Apologia di terrorismo, perseguiteli»
Le nuove Br gli uccisero il padre: «Vergognoso». Accertamenti della Digos su disposizione dell’autorità giudiziaria
«Meglio che non dica niente di quello che penso, non ho parole.... C’è un limite a tutto. Va bene la libertà di parola e di pensiero, ma questo non vuol dire che questa esibizione debba essere permessa, anche se non so nemmeno se sia giusto chiamarla esibizione... Io spero che vengano perseguiti per apologia di terrorismo». Lorenzo aveva 13 anni quando le Nuove Brigate Rosse uccisero suo padre, il professor Marco Biagi, consulente di diversi ministri del Lavoro. Era la sera del 19 marzo 2002 e un nucleo armato lo seguì dalla stazione di Bologna fin sotto l’abitazione in via Valdonica, in pieno centro, ferendolo a morte con più colpi di arma da fuoco proprio davanti al portone di casa. Cinque i nuovi brigatisti condannati in maniera definitiva.
Un delitto che venne rivendicato con la stessa sigla comparsa anni prima in occasione degli omicidi di Ezio Tarantelli, Lando Conti, Roberto Ruffilli e, nel 1999, dell’omicidio di Massimo D’Antona: quella stella a cinque punte che ha seminato morte e terrore sin dagli anni di piombo, ricomparsa più o meno all’improvviso a cavallo fra gli anni Novanta e gli inizi del 2000. E che, all’Arci Tunnel di Reggio, in occasione della Festa dell’Unità Comunista, la sera del Primo Maggio scorso campeggiava senza pudore sul palco di un concerto dei P38 La Gang, La band di «trapper brigatisti» che si autodefinisce un «collettivo musicale artistico insurrezionale» e che alle Nuove Br ha intitolato un brano, un album e persino un tour. Tra i loro titoli, “Renault”, che rimanda all’immagine dell’auto nella quale venne trovato Moro, o “Gulag”, con contenuti tipo “sono coi miei fratelli sulla tomba di Montanelli”.
«Siamo estremi? Sì. Siamo provocatòri? Sì. Tutto questo è voluto», scrive la band come se fosse un semplice gioco mediatico e musicale, rivendicando a volto coperto posizioni “estreme” di fronte alle quali l’ondata di indignazione è tanto inevitabile quanto comprensibile. Da Reggio – terra di origine di brigatisti come Gallinari, Franceschini, Azzolini e Bonisoli – fino al resto Paese.
Marco Vicini, presidente dell’Arci Tunnel, ha minimizzato quanto avvenuto. Ma è possibile minimizzare quando la sigla inneggiata durante un concerto è la stessa che ha strappato a un figlio la possibilità di crescere accanto al proprio padre? Lorenzo Biagi parla con dignità e compostezza. E dice semplicemente con convinzione ciò che pensa.
Lo fa su Facebook, affidandosi a un post. E contattato telefonicamente lo ribadisce anche alla Gazzetta: «Cosa penso? È vergognoso che il gestore di quel locale, che io non conosco, abbia autorizzato quel concerto e poi abbia minimizzato e difeso quella band. Poi, come già successo in passato, mi auguro vivamente che band così e chi dà loro l’occasione di esibirsi con striscioni inneggianti alle vecchie o nuove Br, una roba vergognosa, vengano perseguiti come si deve dalla giustizia per apologia di terrorismo. È un fatto inaccettabile da qualsiasi punto di vista».
L’evento al Tunnel, sul quale la Digos su disposizione dell’autorità giudiziaria ha avviato accertamenti, era il momento conclusivo di un Festa dell’Unità Comunista alla quale non mancavano rappresentanti di formazioni politiche di sinistra. «È vergognoso che ci siano ancora parti politiche che non condannano episodi del genere. Ma è un dato di fatto che ci siano certe “simpatie”. Bisogna dissociarsi e non permettere che eventi del genere possano continuare a svolgersi».
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