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Reggio Emilia. La band contestata: «Noi provocatori e molto arrabbiati per le altre morti»

Reggio Emilia. La band contestata: «Noi provocatori e molto arrabbiati per le altre morti»

I “trapper brigatisti” difendono l’esibizione del 1° maggio senza accenni ai parenti delle vittime. «Siamo estremi»

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«Siamo estremi? Sì. Siamo provocatòri? Sì. Tutto questo è voluto. Il fatto stesso che qualcuno si indigni è, in un certo senso, previsto. Siamo qui per creare slanci». E quindi? È “solo” uno show? Perseverano e tirano dritto. E si rifugiano dietro la musica provocatoria, così come sul palco celano i volti dietro un passamontagna bianco e dietro nomi d’arte (o di battaglia?) che ne nascondono la reale identità: Astore, Papà Dimitri, Jimmy Pentothal e Yung Stalin.

Sono loro la P38 Gang, la band che si autodefinisce “collettivo musicale artistico insurrezionale” travolta dalla bufera per il concerto del 1° maggio al Tunnel. Una bufera che, a quanto affermano, era attesa e persino provocata, replicando alle tante indignazioni per il loro stile artistico “estremo” (o estremista). «Siamo di sinistra. Comunisti, direbbe qualcuno», dicono.

La Gazzetta ha provato a contattarli, ma non hanno risposto. Voleva chiedere se hanno mai parlato con le vittime del terrorismo: uomini e donne che hanno perso la vita tragicamente. Mica un concerto... Ma la band ha affidato la replica a un comunicato su Facebook: «Se davvero fossimo componenti di un gruppo armato clandestino forse strillarlo nei pezzi e sui palchi non sarebbe la migliore strategia da adottare...», affermano, negando ovviamente (e ci mancherebbe) qualunque collegamento con il terrorismo, quello vero, che al posto dei microfoni usa proprio quelle armi come la calibro P38 che la band brandisce nel suo nome.

E ancora: «Pensiamo quindi di poter sorvolare anche sulle parole di chi ci accusa di voler fattualmente rifondare le Brigate Rosse, ma certo le risposte possibili sarebbero molte». Tipo? «Potremmo far notare come nelle attuali classifiche, nei brani che passano in radio, nelle canzoni che ascoltano i vostri figli ancora prima di finire le scuole medie, vengono decantati reati ben peggiori. Parliamo di spaccio su larga scala, reati di mafia, stupri. Su come questo sia un problema se ne potrebbe parlare per mesi: sicuramente però concorderete che questo problema ci precede di almeno una ventina d’anni, ed è forse qualcosa di connaturato ed intrinseco a come funziona il nostro sistema sociale, economico ed artistico-industriale».
Violenza genera violenza, di solito. Sia essa verbale o fisica.

Ma il concetto non sembra far breccia nell’ideologia del gruppo, che si concede un excursus sui morti per tentare di giustificare l’oltraggio ad Aldo Moro contenuto nei suoi testi. Come se cantare un oltraggio a Moro possa risolvere qualcosa. «Ci dite: non si toccano i morti, e su un solo fatto avete ragione: Aldo Moro è stato un morto, come lo sono i morti di overdose nelle periferie abbandonate dallo stato, come lo sono i morti sul lavoro nelle fabbriche che ignorano le norme di sicurezza, come lo sono i morti di una pandemia gestita disastrosamente dalle istituzioni. Non vogliamo alludere solo ad una (abissale) differenza numerica. Queste ultime tre categorie non sono confinate agli anni ’70, ma anzi ci si presentano davanti agli occhi forse oggi più che mai. Perdonateci, ma abbiamo deciso di indignarci per i nostri morti: anche loro sono morti ammazzati». E poi, «com’è naturale, l’indignazione, a lungo andare, diventa rabbia». Il fine, però, non giustifica i mezzi.

Non si parlerà mica di complottismo? «Non sopportiamo più questo mondo al collasso, questa distopia che voi chiamate normalità dove si sorvola sulla vita dei meno fortunati, questa farsa dove si ignorano i bisogni delle classi oppresse. Sappiamo chi sono i registi di questa farsa, chi aiuta a metterla in piedi, chi fornisce gli attrezzi di scena. Non è certo un complotto misterioso: basta affacciarsi su un qualunque notiziario. Voi, cari giornalisti, dovreste saperlo meglio di noi. Crediamo di non essere gli unici ad essersi stancati, a giudicare dalla foga, dalla furia, dalla commozione con cui il pubblico accoglie i nostri concerti. Insomma, vi consigliamo di non trattarci come una malattia, ma come un sintomo: alla fin fine, noi non siamo che uno sfogo». Rabbia e indignazione. E critica sociale. Gli ingredienti del successo (provocato). De Andrè, però, cantava dei suoi rapitori: «Ma dove, dov’è il tuo amore/ Ma dove è finito il tuo amore». Il confine fra arte e mainstream.

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