Moglie, figlia e genero scarcerati dal giudice
Rigettate le accuse di omicidio e sequestro I legali: «Nessun grave indizio contro di loro»
TOANO. Scarcerati. Lo ha deciso ieri mattina il giudice per le indagini preliminari, Dario De Luca, per Marta Ghilardini, Silvia Pedrazzini e Riccardo Guida. I tre, rispettivamente moglie, figlia e genero di Giuseppe Pedrazzini – il 77enne trovato morto nel pozzo di casa a Cerrè Marabino, giovedì scorso – sono accusati di sequestro di persona, omicidio e soppressione di cadavere, ma ora emerge anche per truffa ai danni dell’Inps per aver continuato a incassare la pensione dell’anziano nonostante la sua morte in questi ultimi mesi.
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Questo primo verdetto è un colpo per l’impianto accusatorio formulato a loro carico, dopo le indagini avviate all’inizio della scorsa settimana dai carabinieri e sfociato con il rinvenimento del cadavere dell’uomo. Evidentemente, gli indizi portati ieri mattina in aula dall’accusa – rappresentata dal pm Pieri Cristina Giannusa, che ha coordinato il lavoro degli investigatori – a giustificazione del fermo che era scattato giovedì, sono stati ritenuti non sufficienti dal giudice per giustificare la misura. Il fermo, infatti, non è stato convalidato, e per i tre è stata disposta l’immediata remissione in libertà, cosa che è avvenuta ieri alle 14. Resta la sola misura, e solo per il reato di soppressione di cadavere e truffa, dell’obbligo di dimora e firma a Taranto per Silvia e Riccardo Guida – città d’origine dell’uomo, nella quale la coppia con il figlio 11enne ha vissuto fino a poco tempo fa – e a Toano, per la moglie di Pedrazzini. Ma il giudice ha rigettato le accuse più gravi, quelle di omicidio e sequestro di persona.
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«Il giudice ha accolto totalmente le nostre richieste: gli indizi non erano gravi, precisi e concordati». Così hanno commentato alla conclusione dell’udienza gli avvocati Rita Gilioli ed Ernesto D’Andrea.
«Come fai a parlare di omicidio se ancora non sai che si è trattato di omicidio? Se costui fosse morto per cause naturali, cosa facciamo? Teniamo in carcere gli indagati per tutto il tempo delle indagini?» chiede D’Andrea, e va giù duro. «E il sequestro non c’è – evidenzia l’avvocato di Sara e Riccardo Guida – Lo dicono gli stessi testimoni dell’accusa: la sorella Luciana lo ha sentito il 30 gennaio, e lui stesso ha detto che non stava bene».
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L’accusa infatti contesta il sequestro di persona tra il 9 dicembre, giorno di dimissioni dall’ospedale di Castelnovo Monti, al 30 gennaio: in questo periodo il 77enne sarebbe stato privato dei suoi documenti, della patente e gli sarebbe stato impedito di avere rapporti con i famigliari. Il pm fa riferimento all’ultima chiamata con la sorella Luciana, il 30 gennaio, in viva voce e alla presenza della moglie.
«Come già l’ospedale aveva dichiarato, Pedrazzini purtroppo aveva avuto sbandamenti a livello di capacità mentali, conseguenti a un ictus avuto in precedenza e con ricadute a dicembre. La figlia ha solo confermato: “Mio padre non riusciva a camminare, aveva grossi problemi di deambulazione”. A che titolo si parla di sequestro?» riferisce l’avvocato.
Allora perché quando non lo hanno più trovato a casa non hanno denunciato la scomparsa?
«La mancata denuncia riguarda la soggettività di ciascuno. Hanno detto che non ci sentivamo in dovere di far denunciare solo perché uno è andato via. Dipende dalle sensibilità di ciascuno. L’ho detto al giudice: hanno sbagliato, ma questo cosa vuol dire? In più di 20 anni di professione – conclude l’avvocato – non ho mai visto indagini fatte in 3 o 4 giorni sfociate in un fermo così. Bisognava avere cautela».
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