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Cella: il Comune sconfitto al Consiglio di Stato sul maneggio dei Brescia

Ribaltata la decisione del Tar di Parma, che dichiarà inammissibile il ricorso dei Brescia


21 maggio 2022


Reggio Emilia Una battaglia legale durata 10 anni, con il Consiglio di Stato che ora in parte dà torto all’amministrazione, rimescolando le carte in tavola. È la vicenda del maneggio “New West Ranch” di Cella della società Brecongen dei fratelli Pasquale, Luigi e Francesco Brescia, il primo dei quali condannato a 13 anni per associazione mafiosa in Aemilia e a 6 mesi per una lettera di minacce al sindaco Vecchi.

L’immobile era in origine utilizzato come deposito di materiale edile e dal 2012 trasformato in maneggio. I manufatti, ritenuti abusivi dal Comune fin dal 1998, sono stati demoliti a luglio del 2019 e il terreno su cui erano collocati è stato acquisito al patrimonio dell’ente. Mercoledì però, uno dei ricorsi presentati dai fratelli Brescia, che il Tar di Parma aveva dichiarato inammissibile nel 2016, è stato accolto dalla sesta sezione del Consiglio di Stato che ha così ribaltato la sentenza di primo grado. L’atto impugnato è un’ordinanza del Comune del luglio 2012 in cui veniva contestato l’illecito di “lottizzazione abusiva” e se ne imponeva la cessazione, prevedendo dopo tre mesi “l’acquisizione al patrimonio comunale nonché la demolizione a cura del Comune medesimo” delle opere non autorizzate.

Secondo il Consiglio di Stato, l’azione amministrativa è stata viziata da “un evidente difetto di istruttoria e di motivazione”. I giudici evidenziano che la cronologia delle attività dall'amministrazione “dimostra una discontinuità nel suo esercizio”. Le prime contestazioni risalgono infatti al 1998 e nel 2000 i Brescia avevano chiesto due proroghe del termine previsto per la liberazione del terreno e il trasferimento di tutto il materiale presso una nuova sede, che il Comune aveva accordato. A marzo 2003 veniva eseguito un nuovo sopralluogo cui segue, si legge nella sentenza, “un periodo di ‘stallo’ senza alcuna iniziativa da parte dell’ente locale”. Si passa quindi a un nuovo sopralluogo nove anni dopo, a gennaio del 2012, “che ha portato a rilevare la situazione caratterizzata da una differente utilizzazione del terreno (realizzazione box cavalli e piste per cavalli)” e qualificata dal Comune come “lottizzazione abusiva”. In sostanza, dice il verdetto, “il procedimento iniziato nel 1998 per l’utilizzazione come deposito di materiali edili – cui non si è data esecuzione – viene poi riattivato con il provvedimento gravato sotto l’egida della lottizzazione abusiva, nel 2012”. Inoltre la demolizione “è intervenuta nel luglio 2019 e quindi oltre venti anni dalla prima contestazione dell’abuso, agosto 1998, ponendo nel nulla quella tempestività della sanzione che la legge delinea con una precisa scansione temporale”.

Viene poi spiegato che dagli atti “emerge inoltre una carente istruttoria circa una verifica di quegli elementi sintomatici che siano idonei ad attestare l'esistenza di una lottizzazione abusiva, intesa come illecito urbanistico e non solo edilizio”. Infine, si ravvisa un errore degli accertatori comunali relativo al fatto che “le opere relative al maneggio sono erroneamente indicate come risultanti dal sopralluogo del 2003 e non in quello del 2012”. I giudici quindi accolgono l’appello e, “in riforma della sentenza impugnata, accolgono il ricorso di primo grado ed annullano il provvedimento con esso impugnato”. Le spese sono compensate tra le parti.

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