reggio
cronaca

Il pm Manzini: "Vi racconto come la 'ndrangheta opprime le donne"

Il sostituto procuratore presso la Procura generale di Catanzaro ha scritto il libro “Donne custodi e donne combattenti”. Un passaggio è dedicato ai familiari di Grande Aracri


22 maggio 2022 Jacopo Della Porta


Reggio Emilia Nel mondo tetro della ‘ndrangheta le donne sono prigioniere. L’unico ruolo che possono interpretare è quello di compagne fedeli e strumento di trasmissione ai figli dei disvalori dell’organizzazione. Solo quando l’uomo di casa si trova in galera, è deceduto o è latitante, può ambire a un ruolo di potere, che è sempre però un’emanazione dell’autorità maschile. Alcune donne negli ultimi anno hanno deciso di infrangere questo legame, pagando talvolta con la vita questa scelta coraggiosa.
Marisa Manzini, sostituto procuratore presso la Procura generale di Catanzaro, ha scritto un libro per indagare questa realtà. La scintilla che l’ha spinta verso la scrittura sono state le minacce subite in aula da parte di un boss che le intimò di stare zitta: “Fai silenzio ca parrasti assai” è diventato il titolo del suo primo libro. La seconda opera, “Donne custodi e donne combattenti”, edito da Rubettino, è stata presentata in questi giorni a Reggio Emilia nell’ambito del festival “Noi contro le mafie”.

Qual è il ruolo della donna nella famiglia di ‘ndrangheta?
«Non è unico. Ci sono diverse sfaccettature, che sono anche mutate nel tempo. Alla donna che ha un ruolo di custode dei disvalori della famiglia, si è affiancata un’altra donna, che ha acquisito una consapevolezza maggiore di quello che c’è all’esterno della famiglia di ‘ndrangheta. E questa consapevolezza, in alcuni casi, ha determinato la possibilità di fare delle scelte di allontanamento».

Sono le donne combattenti di cui parla nel suo libro.
«Allontanarsi significa fare una scelta definitiva. Chi invece ha pensato prima di avvicinarsi allo Stato e poi di ritornare ad avere contatti con la famiglia ’ndranghetista, purtroppo ha avuto una storia conclusa drammaticamente. La famiglia di ‘ndrangheta non consente di allontanarsi. L’allontanamento non può che essere definitivo: dalla ‘ndrangheta si esce solo con la morte o con la collaborazione con lo Stato. Non esistono persone che hanno semplicemente scelto di andarsene, perché quel legame non si può spezzare».

A Reggio Emilia l’operazione Aemilia ha colpito la locale guidata dalla famiglia Grande Aracri. Che ruolo hanno le donne in questa famiglia?
«Hanno avuto un ruolo importante. La famiglia Grande Aracri è stata colpita ultimamente dalle indagini della Dda di Catanzaro (inchiesta Farmabusiness) nell’ambito della quale sia la moglie che la figlia di Nicolino Grande Aracri sono state arrestate. È emerso che avevano un ruolo di mantenimento dei disvalori, un compito di messaggere, per tenere i contatti con imprenditori e professionisti. Un ruolo di partecipazione al gruppo a tutti gli effetti».

In Emilia la conoscenza delle dinamiche culturali del mondo mafioso sono ancora limitate. Dopo gli arresti di Aemilia, cosa possiamo aspettarci dai familiari rimasti fuori?
«Il sodalizio non si scioglie mai. La ‘ndrangheta si riorganizza. La sua forza è rappresentata dalla famiglia. Nella ‘ndrangheta la famiglia anagrafica coincide con quella ’ndranghetista. È evidente che dobbiamo avere attenzione alle famiglie e ai loro componenti. Quando viene arrestato il capofamiglia, gli altri che rimangono in libertà, anche le donne, cominciano a sostituirsi a lui. Bisogna fare attenzione alle dinamiche culturali, perché la ‘ndrangheta è qualcosa di più di un semplice reato: è un fenomeno che necessità di una conoscenza che va oltre il diritto penale».

Gruppo SAE (SAPERE AUDE EDITORI) S.p.A, Viale Vittorio Alfieri n.9 - 57124 Livorno - P.I. 0195463049


I diritti delle immagini e dei testi sono riservati. È espressamente vietata la loro riproduzione con qualsiasi mezzo e l'adattamento totale o parziale.