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Reggio Emilia, in aumento le aggressioni al Pronto Soccorso

Infermieri e medici sempre più vittime di violenze verbali e fisiche. Molti non denunciano. Ferrari: «La pandemia ha aumentato l’irascibilità»


28 maggio 2022 Alice Benatti


Reggio Emilia «Non passa turno in cui in Pronto Soccorso non ci siano delle aggressioni verbali»: così Anna Maria Ferrari, direttrice di Pronto Soccorso e Medicina d’Urgenza del Santa Maria Nuova, sul quadro delle violenze ai danni degli operatori sanitari che operano nella struttura.

«La pandemia ha aumentato l’irascibilità delle persone – denuncia la direttrice del Pronto Soccorso dell’ospedale – anche le violenze fisiche, che una volta erano una rarità, ora sono più frequenti».

Dottoressa Ferrari, come commenta la situazione al Pronto Soccorso reggiano?
«Per quello che riguarda le aggressioni, noi siamo in linea con gli altri Pronto Soccorso: la nostra utenza non è migliore né peggiore. Le aggressioni verbali, che sono le più diffuse, soprattutto per la parte infermieristica, con la pandemia sono diventate più frequenti. Stessa cosa per le aggressioni fisiche, che non sono più una rarità come una volta: anche queste sono aumentate. Su questo fronte abbiamo avuto episodi abbastanza pesanti tra i quali, nell’ultimo anno, una frattura ad un arto. In Pronto Soccorso noi abbiamo la presenza di una guardia giurata 24 ore su 24».

Molte di queste violenze resterebbero sommerse perché normalizzate dalle stesse vittime: gli infermieri. Lei ce l’ha questa percezione?
«Sì. Diciamo che, sbagliando, le violenze verbali tendono a tollerarle a meno che non contengano minacce particolari: c’è anche chi minaccia di morte oppure chiamando la persona direttamente per nome. E allora di fronte a minacce specifiche magari si denuncia. Il problema grosso è che, anche se uno decide di non denunciare l’aggressione verbale, questo tipo di violenza va a minare molto la professione e la considerazione del proprio lavoro, quindi è sempre molto pericolosa. Così come è pericolosa l’abitudine all’aggressione».

Perché il Pronto Soccorso è tra gli ambienti più a rischio quando si parla di violenze contro gli operatori sanitari?
«Perché il Pronto Soccorso presta assistenza a tutti e le aggressioni, spesso, vengono da chi è in uno stato alterato a causa dell’assunzione di alcool o di sostanze stupefacenti, che perde più facilmente il controllo. Poi ci sono altre aggressioni legate invece alle attese o al carattere delle persone. Con la pandemia diciamo che è aumentato il nervosismo generale, l’irascibilità».

Tra le cause ha citato i tempi di attesa. Crede che un accesso più appropriato al Pronto Soccorso potrebbe limitare il verificarsi di questi episodi?
«Sicuramente, se le attese fossero ridotte, alcuni di questi episodi potrebbero essere evitati. A volte, però, anche per attese brevi si scatenano reazioni violente e questo, come dicevo, è legato al carattere intollerante delle persone. Avere sempre le porte completamente aperte, 24 ore su 24, determina che ci sia di tutto all’interno della sala d’attesa del nostro Pronto Soccorso però sì: la lunghezza dell’attesa può in qualche modo influire. Se accedessero meno persone che potrebbero risolvere i loro problemi dal medico di famiglia sarebbe sicuramente meglio. Però è un problema annoso, che adesso è peggiorato anche a causa degli esami arretrati: oggi accade che le persone utilizzino il Pronto Soccorso in modo molto inappropriato per avere prestazioni che altrimenti richiederebbero attese di rilievo».

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