Sono 220 i pasti serviti ogni giorno dalla storica Mensa del Vescovo
Il Covid ha soppresso i pranzi condivisi e la guerra ha raddoppiato gli assistiti. La presidente Visconti Gramoli: «Riceviamo molto di più di quello che diamo»
Reggio Emilia Sono le 10,30 di un qualsiasi giorno feriale. Oltre dieci persone formano una fila silenziosa in stradone del Vescovado.
Hanno storie diverse, condividono uno stesso nemico invisibile: la vergogna. Vergogna di dover chiedere aiuto, di affidarsi agli altri per poter meglio andare avanti.
Circa tre su dieci sono italiani. Trovare un unico filo conduttore sarebbe riduttivo. La crisi economica legata alla pandemia non aiuta. Chi aiuta è invece la squadra che accoglie le persone in fila. Sono i volontari della Mensa del vescovo per il povero.
Accogliere e assistere sono missioni condivise nel cuore della Curia diocesana, sede della Mensa, dal 1965, l’anno della fondazione. Gli ultimi due anni hanno determinato una sofferenza maggiore del solito.
«L’arrivo del Covid ha cambiato tutto dal giorno alla notte – garantisce Maria Chiara Visconti Gramoli, presidente della Mensa –. Prima della pandemia servivamo circa duecento pasti al giorno e facevamo sedere le persone l tavolo. Noi siamo volontari, soprattutto anziani e in pensione. Abbiamo chiuso la Mensa e lasciato tutto il lavoro alla Caritas, dove è andato qualche volontario. C’è dispiaciuto molto».
La pandemia ha lasciato la scoria del formato di asporto al posto del tradizionale pranzo. Numerosi assistiti si sono affezionati alla Caritas reggiana e le presenze sono diminuite nel corso degli ultimi anni.
«La Caritas ha istituito già prima del Covid le mense diffuse presso le parrocchie – evidenzia Visconti Gramoli – e adesso le persone vi possono entrare. Da allora siamo passati a circa cento passi da somministrare. Con la guerra in Ucraina siamo però tornati ai livelli di 200-220 pasti al giorno».
Non è raro osservare una persona uscire con più di un pasto. Nessuno ha motivo di lamentarsi: le porzioni sono sufficienti e chi è in fila sa già come intere famiglie siano in difficoltà. L’incaricato al ritiro può essere uno, le difficoltà risultare molteplici.
«In questo momento siamo ancora più stranieri – ribadisce la presidente –. Tuttavia, c’è stata una fase in cui c’erano tante famiglie nostre, che venivano e portavano soprattutto la roba da portare a casa. Fino a prima del Ramadan erano soprattutto nordafricani e africani in genere. Adesso sono più ucraini, ovviamente».
Ogni volto cela una storia e di testimonianze ne ha raccolte tantissime la presidente. Visconti Gramoli ha osservato la madre alla presidenza e l’ha vista vegliare da un ospite dopo la morte di lei.
Ha ricevuto moltissimi ringraziamenti e assistito a passaggi di consegne che ancora la gratificano. Esempi di persone in fila che, una volta ottenuta una maggiore stabilità, hanno indossato i grembiuli dei volontari per prendersi cura degli altri in un cerchio di solidarietà.
«La Mensa del vescovo è una grande famiglia – spiega Visconti Gramoli – in cui ci si aiuta, talvolta ci si sgrida o si litiga. Siamo però uniti dalla voglia di aiutare, nonostante non si riesca a fare tutto. Diverse persone che aiutavamo hanno trovato un’occupazione. Diversi ospiti sono diventati volontari».
La presidente continua a utilizzare il termine “ospiti” sebbene l’accoglienza abbia perso oggi la convivialità dei pranzi condivisi.
Visconti Gramoli invita a osservare i pasti che le persone portano a casa. Le vaschette che li contengono sono trasparenti e per la presidente è un valore: «Così vedono cosa c’è e possono scegliere».
L’ampia scelta è condivisa dai volontari. Merito delle tante donazioni che quotidianamente rendono possibile la missione di carità nel pieno centro della città del Tricolore, ritrovo di persone in difficoltà in varie parti della provincia.
Chi non transita da stradone del Vescovado 8 può però aver visto il camioncino con l’inconfondibile scritta “La mensa del vescovo per il povero” su cui viaggiano gli alimenti, spesso donati da esercenti e semplici cittadini reggiani (e non solo).
La solidarietà verso chi è solidale è più di un dettaglio per chi deve fare bene i conti per far quadrare il bilancio.
«Fino all’anno scorso eravamo una trentina di volontari – quantifica Visconti Gramoli –. Adesso siamo pochissimi perché tanti hanno avuto vari problemi e tanti hanno ancora paura di un eventuale contagio. Abbiamo anche una cuoca stipendiata e un’impresa di pulizie».
Le soddisfazioni ripagano tutti gli sforzi. «Da sempre riceviamo molto di più di quello che diamo», garantisce Visconti Gramoli. I pensieri dedicati alla missione di accogliere proseguono anche al di fuori della sede.
«Quando vado a fare la spesa penso alla Mensa – conclude la presidente –. Quando arrivo a casa, sono contenta di quello che ho fatto. La Mensa è parte integrante della mia vita».
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