Reggio Emilia, la Cassazione assolve Pagliani
Il legale può esultare: «Mi libero da un fardello»
Reggio Emilia «È finita come doveva finire tanti anni fa. Mi libero da un fardello folle e da un attacco personale e politico senza precedenti in questa provincia». Assolto in maniera definitiva. Per la Prima Sezione della Corte di Cassazione il ricorso avanzato dalla Procura Generale e dalla Dda di Bologna è stato giudicato inammissibile. Si conclude così il lungo e travagliato iter giudiziario di Giuseppe Pagliani, avvocato ed ex consigliere comunale di Forza Italia, rispetto al suo coinvolgimento nel processo Aemilia. «È la fine di un’ingiustizia – il suo primissimo commento a caldo – C’è tanta amarezza».
Quello della Cassazione è in ordine di tempo il quinto pronunciamento sull’avvocato di Arceto, che il 23 dicembre 2020 era stato assolto «per non aver commesso il fatto» nell’appello bis di Aemilia (con rito abbreviato). Un verdetto che affondava le radici nel 2015, con il clamoroso arresto per concorso esterno in associazione mafiosa. Un’assoluzione su cui poi è stato presentato un ricorso in Cassazione firmato da quattro magistrati inquirenti fra Dda e Procura generale, fino alla sentenza definitiva di ieri, arrivata intorno alle 20 di sera, dove di fatto è stata confermata la sentenza di proscioglimento pronunciata dalla Corte d’Appello bis.
Pagliani venne arrestato nel corso del blitz del 28 gennaio 2015, durante la maxi operazione Aemilia coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna che portò all’arresto di 160 persone, di cui 117 in Emilia Romagna.
Per lui, astro nascente del centrodestra reggiano, l’accusa era concorso esterno in associazione mafiosa, perché considerato dalla Dda la pedina-chiave della strategia ’ndranghetista contro Antonella De Miro (allora prefetto di Reggio Emilia, impegnata nella lotta al clan a suon di interdittive antimafia), in cambio di voti dalla cosca.
Assolto in primo grado dal gup, l’avvocato di Arceto – che non ha mai smesso di proclamare la propria innocenza – venne poi condannato in Appello a quattro anni. Ma il 24 ottobre 2018 la Cassazione ha rispedito indietro il processo, disponendo di riascoltare otto testimoni e rimarcando in sentenza che «l’ipotesi di accusa era stata validata ma senza ottemperare all’obbligo di riassunzione delle prove dichiarative».
Fra i testimoni ascoltati nell’Appello bis anche l’ex prefetto De Miro, quattro avvocati (Liborio Cataliotti, Antonio Sarzi Amadè, Caterina Arcuri e Cristian Immovilli), l’ingegnere Salvatore Salerno e Filippo Berselli (ex parlamentare di Alleanza nazionale). Sono state approfondite alcune vicende come un incontro nell’ufficio dei Sarcone e la cena dei sospetti del 21 marzo 2012 al ristorante “Antichi sapori” – alla quale partecipò lo stesso Pagliani – con il dibattito e le dinamiche successive a quel conviviale in odore di ’ndrangheta.
L’accusa aveva chiesto la conferma dei 4 anni di carcere (come nel primo Appello), mentre i difensori (Alessandro Sivelli e Roberto Borgogno) l’assoluzione. I giudici di secondo grado usciranno dalla camera di consiglio – nel pomeriggio del 23 dicembre 2020 – con una sentenza assolutoria. Ora la seconda volta in Cassazione, che ha posto fine al lungo procedimento giudiziario.
«È stata una carneficina personale e familiare sul nulla – commenta ancora a caldo Pagliani – questa vicenda non mi ha mai fatto paura, ma mi libero da un fardello folle. Doveva finire così da tempo, ma ogni volta riprendeva con un’accusa che non stava né in cielo né in terra. Quello che l’accusa dopo tre assoluzioni piene, ovvero Riesame, primo grado e secondo grado di giudizio, continuava ad avanzare nei miei confronti è stato un tentativo accanito di persecuzione che non ha precedenti. Se fossi stato di sinistra non avrei mai avuto questo attacco politico. E se penso anche alle istituzioni che hanno continuato a costituirsi parti civili anche in questa parte finale del processo, sapendo di perseguire un innocente... vergognoso ». Il sollievo è tanto. Ma anche l’amarezza per una vicenda giudiziaria lunga e faticosa: «Festeggiare? Si festeggia con l’amarezza nel sapere che finisce un’ingiustizia». Per Pagliani, in ogi caso, per il momento non sembra doversi riaprire la carriera politica, almeno come scelta personale.
«Non ci penso di tornare. Ho una vita e una carriera personale che mi soddisfano. È una sentenza liberatoria, ma chi mi restituisce tutti questi anni?».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
