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L’ultimo traversone di Paolo Montanari, anima della Reggiana

Luigi Cocconcelli
L’ultimo traversone di Paolo Montanari, anima della Reggiana

Ex difensore di Catania e Milan, aveva 77 anni

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Reggio Emilia In silenzio, come la sorella. Lunedì si è spento a 77 anni Paolo Montanari, un passato da calciatore della Reggiana. Da un paio di anni lottava contro una malattia degenerativa che gli aveva tolto l’uso della parola, la possibilità di uscire di casa, seguirei suoi amati colori granata.


Il 21 dicembre scorso se ne era andata, lontano dai clamori e riflettori, la sorella Giovanna Montanari. Stranamente in silenzio, verrebbe da dire. Se non fosse stato per un ricordo dell’Arbor sarebbe filata via, senza che i media potessero rinfrescare la memoria ai più giovani.


Perché Giovanna un cenno se lo era guadagnato con una carriera sportiva niente male. Prima pallavolista nell’Arbor targata Comet, poi a Modena e Bari ed altre squadre di vertice, oltre 50 presenze in Nazionale, scudetti vinti e quindi anche allenatrice. Poi anche tennista di buon livello, più volte campione provinciale.


Un destino che ha accomunato, forse per scelta della famiglia, i due fratelli. Paolo, reggiano purosangue, vanta un discreto passato in maglia granata. Anche se il meglio della carriera lo ha dato lontano da casa, a Catania. Nasceva, Paolo, appunto, a Reggio il 24 settembre del 1944. Sviluppa un fisico imponente e raggiunge 1,84 centimetri di altezza.


La caratteristica lo rendeva assai forte nel gioco aereo. I piedi erano un poco grezzi, ma aveva un grande senso dell’anticipo. Come tanti, ha iniziato nelle giovanili della Reggiana, impiegato da stopper o da libero, sino all’esordio in prima squadra.


Nel 1966 la svolta. La Reggiana ha cambiato radicalmente corso, per ragioni di cassetta, decidendo di rinnovare la squadra. Lui viene ceduto al Catania, in cambio di soldi e del terzino Lampredi.


Alle pendici dell’Etna ha fatto bene, tanto che nell’estate del 1968 è stato acquistato dal Milan. In maglia rossonera l’esordio è stato tuttavia sempre rimandato.


Il tempo di disputare qualche amichevole e Montanari ha salutato la squadra che ha vinto la Coppa Campioni (4-1 in finale sull’Ajax a Madrid con tripletta di Prati e centro di Sormani) per tornare a vestire la maglia del Catania. È rimasto in rossazzurro sino al 1973, quando è tornato nella Città del Tricolore.


Proprio a Catania l’episodio forse più simpatico della carriera. La Reggiana targata Grevi-Campari andava alla ricerca di punti salvezza. A un quarto d’ora circa al termine, lui era fuori per farsi curare una ferita. All’improvviso si è sviluppata un’azione in contropiede degli etnei. Paolo non ci ha pensato due volte: è entrato in campo senza il consenso dell’arbitro e ha interrotto l’azione.


Il direttore di gara gli si è avvicinato, gli ha dato un “buffetto”, lo ha ammonito e gli ha detto: «Almeno ha evitato un goal». Alla fine, la partita si è chiusa a reti inviolate.


Il 9 maggio del 1976 a Foggia, vittoria pugliese per 1-0, (per ironia della sorte lì a Foggia nel 1970 aveva fatto l’esordio in A, pure quella volta perdendo per 1-0), ha disputato l’ultima partita di una carriera che lo ha visto contare 11 presenze in serie A e 186 in B. Un poco per guai fisici, un poco per l’esplosione di un giovane destinato a far parlare di sé come Giorgio Carrera, quel campionato ha giocato soltanto sei partite.


La Reggiana, nonostante il cambio in panchina con Di Bella rilevato da Bruno Giorgi, retrocesse e lui decise di chiudere con il calcio. Anche perché aveva altro da fare. Assieme alla sorella Giovanna si è messo a gestire l’impresa edile di famiglia.


Chi li ha conosciuti parla di due fratelli in perfetta sintonia e, soprattutto, con una parola che piace tanto ad Aimo Diana: mentalizzati.


Del resto, il tecnico serbo (ex jugoslavo) Vujadin Boskov, mica l’ultimo arrivato in fatto di allenatori, individuava proprio nella giusta mentalità la prima dote di un calciatore.


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