Gazzetta di Reggio

Reggio

«Noi e gli ospiti ucraini in balìa della burocrazia»

Ambra Prati

	Foto di gruppo della famiglia con Mirca Zecchetti
◗
Foto di gruppo della famiglia con Mirca Zecchetti

La denuncia di Mirca Zecchetti, che ospita madre e tre figli: «Siamo senza alcun contributo, abbandonati dallo Stato»

4 MINUTI DI LETTURA





Reggio Emilia «Quattro nostre famiglie reggiane che ospitano profughi ucraini non hanno ancora ricevuto il contributo per il sostentamento. Io stessa, che da inizio marzo ho accolto nella mia casa di Rivalta una mamma con tre figli (Hanna Kit, 38 anni, con Nik di 13, Myron 10 e Monika 2 anni), da maggio non riesco ad avere il contributo. Per me non è un problema, ma la situazione per Hanna e i suoi figli si sta facendo pesante». È la denuncia di Mirca Zecchetti, responsabile progetti dell’associazione laica di volontariato Mille Soli. La guerra prosegue tra l’assuefazione generale, ma i problemi per chi si trova nel limbo della burocrazia italiana sono tutt’altro che terminati.


Mille Soli è nata nel 2000 per ospitare, ogni estate, i bambini di Chernobyl, poi i bambini bisognosi di cure ospedaliere e infine si è mobilitata per i profughi ucraini. «Visto quello che stava accadendo ci siamo sentiti in dovere di accogliere mamme e minori in fuga dal la guerra – spiega Zecchetti – Una quindicina di famiglie hanno aperto le porte ai profughi. Con il passare dei mesi cinque nuclei sono tornati in patria, altri hanno trovato alloggio nei Cas, altri ancora sono tuttora ospitati».


La fase iniziale è stata costellata da disguidi burocratici. «È stato un continuo cercare di capire come muoverci perché le cose cambiavano di giorno in giorno. Le famiglie andavano in questura ma tornavano indietro senza aver concluso nulla. Alla fine si è capito che le mamme dovevano avere sul loro passaporto i propri bambini: o si andava al Consolato a Milano a regolarizzare il tutto o si dovevano fare delle traduzioni giurate in tribunale a Reggio Emilia del certificato di nascita dei minori. Abbiamo perfino noleggiato un pullman per accompagnare 56 persone al Consolato di Milano. A quel punto eravamo tranquilli di poter tornare in questura per avviare la domanda per il permesso di soggiorno: ma non è stato così per tutti, chi aveva solo il passaporto ucraino ha dovuto comunque andare a fare anche la traduzione giurata in tribunale del certificato di nascita ed è passato altro tempo. Ad aprile la questura ha cominciato a fissare appuntamenti per il mese dopo e finalmente qualche famiglia è riuscita a concretizzare. Mano a mano, a metà maggio, tutte i nostri ucraini hanno ottenuto il permesso temporaneo».


Il bello però doveva ancora venire. «Quando è uscito il decreto che stabiliva il contributo di sostentamento di 300 euro ai maggiorenni e 150 euro ai minorenni, i nuclei ucraini erano contenti perché in questo modo non avrebbero più dovuto dipendere per ogni cosa dalla famiglia italiana ospitante». L’app della piattaforma nazionale della Protezione civile pareva semplice. «Con il permesso temporaneo bastava compilare il codice fiscale, una mail e un numero di telefono entro il 20 di ogni mese per poter ricevere, entro il 30, il messaggio che autorizzava a recarsi alle Poste per riscuotere. Il problema è che dai primi di maggio la piattaforma non accettava i nominativi». È iniziata una ridda di mail e telefonate in questura a Reggio, a Bologna e a Roma. «Nessuno ha saputo spiegarci, non esiste un interlocutore. Alla fine abbiamo avuto la conferma che i nostri nominativi risultano in elenco. Ma del contributo nessuna traccia».


L’ennesimo inghippo si è trasformato in una sofferenza per Hanna e i suoi figli. «Cominciano a sentirsi a disagio, sebbene gli abitanti di Rivalta ci abbiano aiutato tantissimo, questo sarebbe un capitolo a parte. Hanna mi chiede ogni giorno se ci sono novità: si vergogna di chiedere oltre, perfino i pannolini per la piccola di due anni – prosegue Zecchetti – La mamma è preoccupata per il futuro: vorrebbe rimanere qui, ma è in difficoltà e non sa cosa fare».


Zecchetti conclude con una serie di domande senza risposta: «La burocrazia e lo Stato non ci hanno mai aiutato in quattro mesi di ospitalità. Ci sentiamo abbandonati. Perché a tutt’oggi da maggio non è stato ricevuto alcun contributo? Gli italiani di buona volontà dovranno aiutare a pagare scuola, asili e sport? Cosa ne sarà delle famiglie che vorranno rimanere? Non pretendiamo niente, solo risposte». 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google