Figlia occidentalizzata: i genitori a processo per maltrattamenti
Reggio Emilia: la 20enne parte civile. La difesa: «Prove assenti»
Reggio Emilia Sarà un processo che inizierà ai primi di ottobre a fare chiarezza su una vicenda delicata che ha a che fare con la cultura araba misuratasi con usi e costumi italiani.
Al centro una famiglia tunisina: i genitori (il padre 62enne e la madre 56 anni) sono stati ieri rinviati a giudizio dal gup Silvia Guareschi e su cui pende la denuncia della figlia (19enne nel 2021 quando presentò la querela) che li accusa di maltrattamenti aggravati (dal vincolo di sangue) in concorso. In sostanza la figlia – che ora lavora e si è allontanata dalla famiglia – dice di essere stata picchiata e minacciata di morte dai genitori perché si vestiva all’occidentale e voleva la sua libertà. E le indagini della squadra mobile – coordinate dal pm Marco Marano – avallano quanto denunciato dalla giovane che è presente in aula e tramite l’avvocato Gianluca Tirelli si è costituita parte civile.
Padre e madre hanno ritenuto invece di non partecipare all’udienza, quindi per loro – al termine – parla l’avvocato difensore Noris Bucchi: «Abbiamo scelto di fare il processo – spiega ai cronisti – perché riteniamo che non vi siano elementi di prova a conferma delle tesi accusatorie e la sentenza non potrà che portare all’assoluzione degli imputati». Non si sottrae ai taccuini nemmeno l’avvocato di parte civile Tirelli: «Siamo di fronte ad una vicenda troppo delicata per fare delle anticipazioni. Valuteremo le prove che emergeranno nel corso del processo».
Questa storia era emersa nell’agosto 2021 quando la figlia si era recata in questura a sporgere denuncia, facendo scattare il Codice rosso e raccontando anni di maltrattamenti. «Nell’ottobre 2020 decidevo di abbandonare la casa familiare per cercare di riprendere in mano la mia vita lontano da quel padre padrone che mi stava rovinando l’esistenza», è la voce della ragazza. «I miei genitori hanno sempre portato avanti l’idea che io dovessi seguire la tradizione, vietandomi di vestire in un certo modo (gonne corte, maglie scollate o appariscenti) e vietandomi amicizie maschili. Laddove tali paletti venivano superati da parte mia, mi trovavo chiusa in camera, con mio padre che mi picchiava a mani nude, con un bastone o con la cintura dei pantaloni, fermandosi solo quando io lo pregavo o quando secondo lui avevo capito la lezione». E la situazione non sarebbe cambiata nemmeno quando la giovane era uscita di casa (coabita con un amico) e aveva trovato un lavoro. Secondo il pm Marano i genitori «con comportamento abituale – si legge nel capo d’imputazione – maltrattavano la figlia fin dalla minore età» imponendole «precetti particolarmente tradizionalisti del loro Paese di origine, con gravi ingiurie e offese, umiliazioni e divieti sociali non rispettosi della libera autodeterminazione della ragazza».l
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