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Martiri del 7 luglio: «Il ricordo rimane sterile senza la richiesta di verità»

Alice Benatti
Martiri del 7 luglio: «Il ricordo rimane sterile senza la richiesta di verità»

Reggio Emilia: dopo 62 anni i famigliari non si rassegnano. Ospite delle celebrazioni il deputato Pier Luigi Bersani

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Reggio Emilia «Vedo qualcuno qui presente oggi che era con noi quel pomeriggio insieme ai cinque che hanno perso la vita».

Dopo sessantadue anni sono ancora intrise di emozione le parole di Silvano Franchi, voce instancabile della memoria del fratello Ovidio e degli altri quattro ragazzi con la maglietta a strisce la cui vita fu spezzata troppo presto il 7 luglio 1960 durante una manifestazione sindacale nel centro della città.

Dal palco, accolto nei giardini pubblici in piazza della Vittoria, ieri non ha dimenticato gli altri famigliari a cui i fatti di Reggio Emilia hanno sconvolto la vita.

«Purtroppo due famiglie, Serri e Tondelli, non sono qua con noi – ha detto Franchi – la famiglia Serri si è estinta e i due fratelli Tondelli hanno difficoltà a camminare. Spero di essere degno di rappresentare anche loro».

Ascoltandolo appare chiaro che non è bastato oltre mezzo secolo per alleggerire la responsabilità delle parole da spendere nella commemorazione dell’eccidio.

Guardando la folla che, ancora una volta, si è radunata nel cuore della città per tenere viva la memoria di quegli avvenimenti, ha parlato così: «Fa piacere sapere che il 7 luglio è entrato nella consapevolezza di tanti. Questo dà la forza a noi famiglie di pensare che la giustizia possa emergere. Sessantadue anni sono tanti ma noi non ci rassegniamo».

È questa la ferita che non ha smesso di bruciare: la mancanza di una verità processuale.

«Il ricordo sarebbe incompleto se non fosse accompagnato dalla richiesta di verità piena, dall’esigenza di giustizia e senza alcuna riserva – ha sottolineato Franchi – lo dobbiamo alla città, a questi cinque ragazzi, ai feriti, ai famigliari».

Tutti ragazzi, tutti operai, tutti organizzati nella Sinistra.

«A Pier Luigi chiedo di maneggiarli con cura questi cinque Caduti, forse ci stanno ascoltando» dice rivolgendosi all’amico Bersani, deputato di Liberi e Uguali, ospite a Reggio Emilia per le celebrazioni.

«Sono onorato perché anche io, come tanti della mia generazione, ho percorso la strada dell’impegno politico ricordando e cantando i morti di Reggio Emilia – ha esordito Pier Luigi Bersani di fronte alla platea – allora si ripeteva la frase di Mao “vi sono morti che pesano come una piuma e morti che pesano come una montagna” e non c’è dubbio che quei morti pesano come una montagna. Su quei fatti il giudizio lo deve dare la storia perché la giustizia il giudizio non lo ha dato». Poi l’affondo: «Chi critica i magistrati di oggi dovrebbe quantomeno ricordare com’erano i magistrati di allora».

Bersani, dal palco, dopo avere invitato i presenti a fare di tutto affinché «la storia non venga riscritta, falsificata o anche solo addolcita», ha ripercorso la storia di quegli anni e i fenomeni che l’hanno attraversata. Dal divario Nord-Sud, alla migrazione interna e spopolamento delle campagne fino allo sdoganamento del neofascismo.

«Nessuno può ricordare quei fatti senza inquadrarli nel contesto politico di quel tempo, non si scappa da questo» – ha chiosato il parlamentare.

«In quei morti c’era però la giovane generazione, la resistenza, il lavoro, l’impegno sociale – ha continuato – e credo che ci possono indicare una sintesi di valori a cui oggi vogliamo essere fedeli: guardare ai giovani, alla dignità del lavoro, alla partecipazione, all’impegno sociale e politico».

Infine si è rivolto ai reggiani. «L’invito è a continuare così, voi capaci come nessuno in questo Paese di mettere la memoria al servizio del futuro, a dare il senso giusto al futuro».

E Reggio Emilia, come ha ricordato il sindaco Luca Vecchi, questo impegno non lo ha mai mancato.

«La città non hai perso la consapevolezza di questo momento – le parole di Vecchi – le vicende del 7 luglio restituiscono ancora oggi stimoli di riflessione e il primo è il tema dell’antifascismo, vissuto non come rifiuto del fascismo ma come consapevolezza che quei valori sono in grado di infilarsi come inquinante nelle istituzioni in ogni momento. Un altro è la consapevolezza che la democrazia non è un fatto scontato perché non è mai conquistata una volta per tutti».

«Infine – ha continuato il primo cittadino – c’è il tema dei diritti delle persone. L’impegno di Reggio Emilia sui diritti civili ci ha portato a celebrare la prima unione civile e, sul fronte dei diritti umani, la nostra è stata la prima città al mondo a costituirsi contro il regime dell'apartheid. Ora questo Paese deve trovare il coraggio di fare un passo avanti per riconoscere la cittadinanza ai bambini che hanno frequentato le nostre scuole».

Infine, tornando ai fatti di sessantadue anni fa, ha sottolineato che «quando uno Stato democratico legittima il fare fuoco, significa che lo Stato ha deciso di sparare a se stesso» e, soprattutto, «che la capacità di accettare lo scontro e il confronto è un elemento imprescindibile della civiltà democratica».

Presenti ieri anche i tre segretari di Cgil , Cisl e Uil e la vicepresidente della provincia Ilenia Malavasi, la quale ha ricordato che questa ricorrenza ci permette di esercitare un diritto fondamentale, cioè il diritto alla memoria, e «di riflettere sull’importanza della partecipazione, che più che un diritto è un dovere» .

Per Cristian Sesena, segretario della Cgil di Reggio Emilia, «giornate come questa servono a tenerci uniti attorno ai valori della solidarietà, del lavoro e della giustizia».

Sesena si è poi detto orgoglioso della nascita del nuovo centro di documentazione digitale dei fatti del 7 luglio 1960, che ha definito un forte atto politico «con cui difendiamo la memoria di quei giorni dall’oblio». l




 

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