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“Il Riciclo” all’ex Polveriera tra sostenibilità e solidarietà

Gabriele Farina

	Una famiglia visita il mercatino di Legambiente alla ex Polveriera
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Una famiglia visita il mercatino di Legambiente alla ex Polveriera

Una quarantina di banchi ieri nel parcheggio per l’iniziativa di Legambiente. «Diamo nuova vita agli oggetti e li facciamo acquistare a chi è in difficoltà»

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Reggio Emilia Dare nuova vita agli oggetti e insieme aiutare persone in difficoltà. È la duplice anima de “Il Riciclo”, il mercatino allestito ieri da Legambiente Reggio Emilia al parcheggio dell’ex Polveriera. «Diamo nuova vita ai vestiti – sottolinea Elide Maccarone, abruzzese trasferitasi a Cadelbosco Sopra – per non buttarli né lasciarli nell’armadio. Al tempo stesso, diamo un’occasione a persone che non potrebbero acquistarli a un certo prezzo di comprarli a uno o due euro».

Gli oltre trenta gradi di temperatura fatti segnare dalla colonnina di mercurio non scoraggiano i clienti. Una coppia di giovani discute mentre attraversa in lungo e in largo le bancarelle posizionate in piazzale Reverberi.

Due giovanissimi in monopattino circumnavigano i genitori, pronti a far sentire la loro voce. Una bambina sulla spalla della madre indica una collana, mentre la titolare discute con la donna. Le lingue si mescolano come le storie.

«Circa il sessanta per cento dei clienti è straniero – riprende Maccarone – e ci sono tante badanti. Il resto dei clienti è italiano».

Aiutare persone in difficoltà gratifica almeno quanto il poter rispettare il titolo dell’iniziativa: riciclare.

«Ho fatto un po’ di riuso – illustra la bibbianese Francesca Sandrolini – portando tanti oggetti, quali scarpe, borse, vestiti, telecamere. Al mercato si incontrano persone di tante etnie. A volte, sembra di essere in un bazar».

Il nome persiano per “mercato” rende l’idea degli scambi interculturali che si concentrano all’ex Polveriera. I clienti non incontrano dall’altra parte delle bancarelle esercenti professionisti, ma hobbisti, venditori della domenica.

«È la prima volta che partecipo – interviene Antonio Canovi – per quanto abbia già partecipato ad altre iniziative simili. Al mercatino ci si confronta e si parla. Si vendono prodotti a uno o due euro: l’importante è non buttare gli oggetti».

Canovi ha allestito uno stand in compagnia di tre persone. «A noi piace partecipare – rimarca al suo fianco Fiorella Aguzzoli – anche se dobbiamo alzarci alle quattro del mattino e gli uomini brontolano un po’».
 

L’ironica provocazione di Aguzzoli non è colta in un momento conviviale da pausa pranzo dopo una mattinata a servire i clienti e vedere oggetti della propria quotidianità passare di mano.

«Facciamo in modo che siano sfruttati da altre persone», commenta Franco Ferri. «Facciamo “girare” un po’ gli oggetti che utilizzavamo una volta», l’immediata eco di Mara Cavazzi.

Il tornaconto economico non costituisce la priorità per molti espositori. «Credo nel riuso – afferma Giacomina Ponticelli – e non ne faccio un commercio. Il riciclo è lo stesso principio che utilizzo a casa: per esempio, un lenzuolo può diventare uno strofinaccio. Purtroppo, la battaglia dei prezzi è insensata». Le etichette con le cifre che accompagnano i prodotti spiegano meglio quanto recrimina Ponticelli.

«Partecipare al mercato costa venti euro – quantifica l’hobbista – senza dimenticare la tessera annuale da oltre cento euro. Qualcuno ottiene comunque un portafoglio gonfio. Io partecipo per dare via gli oggetti che ho in casa». La sintesi è presto detta. «Partecipare è un sacrificio», incalza l’espositrice.

Da una bancarella all’altra la prospettiva non cambia. «Non si guadagnano miliardi – avverte Elisabetta Lanzi, hobbista dalla prima edizione –. La nostra gratificazione è accontentare persone che pagano cifre modiche per oggetti utili, dando nuova vita agli oggetti stessi».
 

Lanzi ricorda quando i banchetti erano ben di più, negli anni prima della pandemia. La piacevole memoria si conserva anche nella mente di Mirella Ancelotti. «Il mercatino è sempre stata una bella iniziativa – garantisce Ancelotti – sebbene vediamo che i partecipanti sono in calo. Di solito, partiva un assalto “all’arma bianca” per partecipare. Quest’anno gli iscritti sono invece un po’ meno, forse per effetto del Covid. In ogni caso, ho sempre partecipato e tornerò a partecipare in futuro».


L’hobbista mette in mostra i prodotti esposti, provenienti dalla casa in cui vive e dai doni di amici e parenti. «Mi fa piacere il fatto che così limitiamo il consumismo – ribadisce Ancelotti –. Sono oggetti messi in vendita che tu vendi a un euro o due: non si guadagna come in un negozio. Si pagano sia la tessera sia la piazzola: alla fine, verrebbe da chiedersi perché partecipiamo».

La risposta alla domanda è contenuta nello spirito con cui l’hobbista partecipa all’iniziativa: dare nuova vita agli oggetti e speranza a persone in difficoltà.

«Per noi è un hobby – riconosce Angelo Savasta –. Abbiamo portato i vestiti e i giochi di famiglia. Non avevamo mai partecipato: per noi è la prima volta. Legambiente Reggio Emilia organizza diversi mercatini nel corso dell’anno per evitare di buttare gli oggetti. Noi diamo via soprattutto oggetti per i bambini, pensando a chi non può permettersi di comprarli in negozio».


Non tutti sono soddisfatti dell’andamento degli affari in senso stretto. «Si lavoricchia – sostiene Antonio Verollo –. Sono più i sacrifici che uno fa rispetto ai risultati che ottiene. C’è troppa concorrenza e non fa bene a nessuno».
 

La concorrenza è percepita negli stessi spazi espositivi in piazzale Reverberi. «Quest’anno c’è chi mette via la roba a niente – conclude Verollo – e i ribassi rovinano gli espositori a fianco».

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