Gazzetta di Reggio

Reggio

Reggio Emilia

Minacciata da un collega di lavoro Ma è lei a dover lasciare il posto

Alice Benatti

	Alcune donne manifestano per dire basta alla violenza maschile<br />
	&nbsp;
◗
Alcune donne manifestano per dire basta alla violenza maschile
 

Dagli atti intimidatori alle minacce di morte: l’incubo di una 52enne reggiana «Alla fine ho scelto di non denunciare perché non mi volevo fare ammazzare»

4 MINUTI DI LETTURA





Reggio Emilia Chi racconta questa storia ha 52 anni e vive nella nostra città, dove pure lavorava fino all’agosto dello scorso anno. Nella convinzione che la sua sicurezza venga prima di un tipo di appetito giornalistico che non ci appartiene, non sveleremo la sua identità né il nome dell’azienda di Reggio Emilia da cui è stata costretta a dimettersi dopo quello che descrive come un incubo durato circa due anni e mezzo. Questa vicenda comincia nel dicembre del 2019, quando la donna ha i primi problemi con un suo sottoposto il quale mal accetta i compiti che lei gli assegna. Fino al punto che un giorno la aspetta di sera nel parcheggio dell’azienda.


«Si era nascosto – racconta la 52enne – e mentre stavo salendo in macchina mi ha intimato di fermarmi con tono minaccioso ma io sono riuscita a salire in auto e ad allontanarmi. Una volta a casa, ha cominciato a scrivermi ripetutamente sul telefono aziendale e a chiamarmi ma io non ho mai risposto».


“Dammi il tuo numero personale”, “Occhio”, “Stai molto attenta”: questi, alcuni dei messaggi. Lei allora decide di parlarne subito con il suo responsabile, che li convoca entrambi in ufficio chiedendo spiegazioni.


«Gli ha detto che non doveva ripetersi», racconta lei. Ma quell’episodio sarebbe stato solo l’inizio.

«Lo vedevo sotto casa e dopo alcuni giorni mi sono ritrovata le gomme della macchina tagliate, la carrozzeria rigata e il citofono oscurato. Ho denunciato i danneggiamenti, anche se contro ignoti perché non avevo prove che fosse stato lui, nonostante seguissero di alcuni giorni precisi episodi sul luogo di lavoro».


I due continuano a lavorare insieme e lei fa tutto il possibile per evitarlo. Ma le minacce di morte continuano e la 52enne reggiana ha sempre più paura. Dormire diventa difficile e la paura la costringe in casa, cambiando il suo modo di vivere. L’ansia la travolge fino a spingerla a mettersi in malattia per qualche mese.

Lui sembra calmarsi ma quando lei rientra in azienda ecco che l’incubo ricomincia: «Lo vedevo di nuovo sotto casa».


«Il fatto più grave – dice – è che l’azienda, pur essendo informata degli episodi sul posto di lavoro e fuori, non ha preso posizione. Il massimo che ha fatto è stato mandargli una mail di richiamo: per quello che si mormorava in azienda in quanto a me non è mai stato detto niente di preciso. Non ha preso la decisione di licenziarlo né di trasferirlo. E, alla fine, lui è ancora lì e io sono a casa da lavorare».


Ad agosto 2021, infatti, l’epilogo: dopo un’altra malattia, la donna decide di non rientrare in ditta, dove lavorava dal 2016. Si rivolge allora ad un avvocato che ottiene un incontro con l’azienda ma «non abbiamo risolto nulla, loro mi hanno detto o ti trasferisci in un'altra città o in ti sposti in un altro ufficio con demansionamento oppure chiedi tu di trasferire il soggetto». Tre proposte che la 52enne giudica irricevibili. Chiede aiuto anche al sindacato, senza risultati. Le viene allora consigliato il nome della consigliera di parità di Reggio Emilia Francesca Bonomo, a cui chiede aiuto nel 2021, anno in cui la consigliera segnala un aumento vertiginoso (dal 5% segnato nel 2018 al 27%) dei casi di molestie sul lavoro arrivati sul suo tavolo. «Abbiamo avuto più di un incontro con l’azienda ma le loro proposte hanno continuato ad essere inaccettabili – racconta la 52enne – stiamo valutando se procedere in giudizio». Il caso, dunque, resta aperto.


Quando le chiediamo se vorrebbe rioccupare il posto di lavoro che ha lasciato, risponde così: «No, visto l’attuale management. Quello che vorrei fare capire è che un azienda è anche un fatto di convivenza e di sicurezza».

Da quando non lavora più lì, con lui non ha avuto più contatti. Ma quanto accaduto non è ancora relegato a un passato da tentare di dimenticare.


«Io per l’ansia mi sono dovuta curare – sottolinea – l’impatto psicologico è stato forte. Sono stati anni pesanti in cui non sapevo cosa fare, sentivo di non avere gli strumenti. Con la Consigliera di parità ho finalmente avuto la speranza che si potesse fare qualcosa. Mi sono trovata molto bene: oltre ai consigli sulla risoluzione del problema, a livello emotivo mi ha aiutata molto».


Alla fine, le rivolgiamo la domanda più importante: «Perché non lo ha denunciato?». «Non mi volevo fare ammazzare», risponde subito. «La legge non tutela le donne che denunciano, sentiamo di donne ammazzate quasi ogni giorno. Ho avuto paura che lui si potesse arrabbiare di più».


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google