Anziano morto nel pozzo: “Segregato per i soldi”
Le dichiarazioni della moglie nell’ordinanza del Riesame che ha deciso il ritorno in carcere per la figlia e il genero. Il giudice: “Parenti privi di ogni remora”
TOANO Giuseppe Pedrazzini fu tenuto segregato nella sua casa di Toano per motivi economici. A dirlo, in un interrogatorio del 31 maggio, è stata la moglie dell'anziano trovato morto in un pozzo, due settimane prima.
La donna, Marta Ghilardini, è indagata insieme alla figlia Silvia e al genero, Riccardo Guida, per sequestro di
persona, soppressione di cadavere e truffa ai danni dello Stato, per aver percepito la pensione dell'uomo anche dopo la sua morte.
Le dichiarazioni a verbale sono citate nell'ordinanza con cui il tribunale della Libertà di Bologna dispone la custodia cautelare in carcere per i due familiari più giovani e mantiene l'obbligo di firma e di dimora per Ghilardini, ma lo applica anche per il reato di sequestro.
Le misure non sono comunque esecutive perché non definitive. Agli atti sono riferite anche le parole di un nipote, che ha detto di aver visto il nonno piangere perché non poteva vedere i suoi amici.
Dalle indagini dei carabinieri di Reggio Emilia, sottolineano i giudici (presidente estensore Rocco Criscuolo) emerge "l'assenza di ogni remora" da parte di Silvia Pedrazzini e Riccardo Guida "nel dar esecuzione a un progetto criminale come quello di cui è stato vittima" il 77enne, "lasciato morire, senza alcuna assistenza sanitaria, nella propria abitazione sebbene, quantomeno negli ultimi giorni prima del decesso le sue condizioni fossero di molto peggiorare".
E ancora il tribunale sottolinea "l'anteposizione del soddisfacimento degli interessi economici a ogni forma di umana solidarietà nei confronti di uno stretto congiunto", "il mantenere fermi i propositi criminosi che li hanno indotti ad agire per svariati mesi", la "scelta di occultare le prove dei propri misfatti", sbarazzandosi del corpo
gettandolo in un pozzo e poi di inquinare le indagini, inviando agli inquirenti delle false email facendole apparire come inviate da Pedrazzini. Sono tutti elementi che "danno conto della proclività al delitto" degli indagati e della loro "determinazione a non consentire un regolare svolgimento dell'attività istruttoria e l'accertamento della verità".
In particolare i due hanno dimostrato "totale disprezzo per l'altrui vita" e poi "spregiudicatezza e temerarietà fuori dal comune" senza "palesare alcuna titubanza o ripensamento". Per questo bisogna che vadano in carcere perché potrebbero commettere ulteriori condotte criminose, conclude il tribunale.
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