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Il giallo di Toano

Il Riesame sul giallo di Toano: «Figlia e genero tornino in cella»

Ambra Prati
Il Riesame sul giallo di Toano: «Figlia e genero tornino in cella»

Accusati del sequestro di Giuseppe Pedrazzini e d’averlo buttato da morto nel pozzo. I giudici: «Un totale disprezzo per l’altrui vita». E potrebbero rifarlo «per denaro»

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Toano Silvia Pedrazzini, 37 anni, e il marito Riccardo Guida, 42 anni, la figlia e il genero di Giuseppe Pedrazzini – il 77enne rinvenuto morto nel pozzo della casa di Cerrè Marabino (Toano) il 12 maggio scorso – devono tornare in carcere. Invece per la vedova Marta Ghilardini, 63 anni, bastano le attuali misure cautelari, cioè l’obbligo di firma e di dimora nel Comune di residenza.

È questa la decisione del tribunale del Riesame – non immediatamente esecutiva, hanno 10 giorni per far ricorso – che a distanza di quasi un mese dall’impugnazione del pm Piera Giannusa contro la decisione del gip di scarcerare i tre, ha sparigliato di nuovo le carte, facendo segnare una prima vittoria dell’accusa. Secondo i giudici collegiali di Bologna (presidente Rocco Criscuolo) tutti e tre devono rispondere dei medesimi reati: sequestro di persona, soppressione di cadavere e truffa ai danni dell’Inps per il conseguimento di erogazioni pubbliche (la pensione del morto). L’omicidio, in un primo tempo ventilato, non è contestato. Ma con una netta distinzione: per figlia e genero il Riesame ritiene che «il gravame sia fondato», per la vedova «parzialmente». La figlia e il marito sono considerate le “menti” del piano per isolare il pensionato e tenere nascosto il suo decesso. A loro carico «gravi esigenze cautelari» e serve «la misura di massimo rigore» perché c’è il pericolo di reiterazione.

A mettere in moto l’indagine è stata la denuncia di un nipote di Giuseppe Pedrazzini, dopo che per mesi la famiglia d’origine di Giuseppe non riusciva a ottenere informazioni né a parlare con il 77enne. Quando sono iniziate le ricerche, nella stessa giornata un cane dei carabinieri di Bologna ha fiutato qualcosa vicino al pozzo artesiano, coperto da un pesante masso. Il giorno seguente, il 12 maggio, i vigili del fuoco hanno recuperato il cadavere di Pedrazzini. I sospetti si sono indirizzati sugli stretti congiunti perché gli altri parenti hanno riferito di essere stati respinti per mesi dalla moglie, dalla figlia e dal genero, che rispondevano infastiditi con un generico «sta bene». I tre sono stati dichiarati in stato di fermo. Il 16 maggio il gip Dario De Luca li ha scarcerati, disponendo la misura dell’obbligo di firma e di dimora in relazione (per capi di imputazione diversi) a Toano per la vedova e il divieto di dimora in Emilia-Romagna per gli altri due: l’uscita dal tribunale e il rientro in bus, era stato il colpo di scena. I tre però hanno sempre negato gli addebiti, senza spiegare come mai non avessero denunciato la scomparsa del congiunto. Il 6 giugno, due giorni dopo il funerale di Giuseppe – con il vuoto intorno a Marta, tenuta a distanza da tutti i presenti – il fronte comune si è rotto: la vedova si è recata in caserma a Toano, da sola, per rilasciare dichiarazioni spontanee. «Giuseppe è morto l’8 marzo in casa tra le mie braccia. Una morte naturale», ha detto vuotando il sacco.

Nell’appello il pm ha ripercorso – nel deposito di ulteriori atti di indagine – l’isolamento del pensionato (ben nove tra amici e parenti sono stati invitati a non contattarlo e a non fargli visita perché recavano disturbo), le continue manovre di spoliazione economica, la pericolosità sociale della coppia. «Gli inquisiti hanno manifestato un totale disprezzo per la vita umana e in particolare per quella del loro congiunto, in quanto hanno fatto del danaro l’unico metro di misura della propria e dell’altrui esistenza» ha scritto.

Tesi che è stata sposata dal Riesame: «Le condotte degli inquisiti, l’assenza di ogni remora nel dare esecuzione a un progetto criminale di cui è stato vittima Pedrazzini (lasciato morire senza alcuna assistenza sanitaria nella propria abitazione nonostante le sue condizioni fossero di molto peggiorate per l’avvenuta espulsione dell’ernia inguinale che lo affliggeva), l’anteposizione del soddisfacimento degli interessi economici a ogni forma di umana solidarietà, la scelta di occultare le prove dei propri misfatti e di inquinare le indagini inviando agli inquirenti false mail all’apparenza provenienti dallo scomparso» – quindi un vero e proprio depistaggio – sono elementi schiaccianti. Per il Riesame Silvia Pedrazzini e Riccardo Guida «hanno vissuto, in modo parassitario, alla spalle dei genitori della Pedrazzini e li hanno indotti a indebitarsi per acquistare una Bmw e una batteria professionale, entrambi voluti da Guida», inducendo Marta «ad accettare il loro volere». I due hanno dimostrato «una spregiudicatezza e una temerarietà fuori dal comune, senza palesare alcuna titubanza o ripensamento» nel corso dei mesi. «Hanno dato prova di avere un totale disprezzo per l’altrui vita» e di essere pronti a far sparire il cadavere del loro caro «per garantirsi la truffa ai danni dell’Inps». Sia Sara Pedrazzini sia Guida per il Riesasme «sono privi di una qualsiasi lecita occupazione e di una stabile dimora». Perciò, se avessero «libertà di movimento», non sarebbe difficoltoso «porre in atto ulteriori condotte criminose ai danni di terzi per procurarsi il denaro occorrente».


 

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