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Il costo della vita

Prezzi in salita, stipendi fermi. La spesa costa 3.258 euro in più

di Alice Benatti
Prezzi in salita, stipendi fermi. La spesa costa 3.258 euro in più

La Gazzetta è tornata nel supermercato in cui era stata nel luglio 2010. In dodici anni gli stessi venti prodotti sono aumentati del 41,85%

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Reggio Emilia Riempire la dispensa di casa oggi costa quasi il doppio rispetto a dodici anni fa, precisamente il 41,86% in più. È quanto emerge dall’indagine condotta dalla Gazzetta che nei giorni scorsi è tornata in uno dei cinque supermercati della città in cui era stata precisamente il 22 luglio del 2010 per l’allora consueto appuntamento settimanale con “Il Paniere della Gazzetta”. Si ricorderanno i lettori che ogni venerdì era nostra abitudine confrontare i prezzi di una definita lista di generi alimentari (e non solo) proposti da diversi empori reggiani delle principali catene di distribuzione. Ecco, a distanza di dodici anni abbiamo ricercato sugli scaffali gli stessi prodotti di allora (venti quelli presi in considerazione). Il risultato? Un portafoglio, purtroppo, decisamente più “leggero”. Alla cassa avremmo speso quest’anno 74,84 euro contro i 43,51 euro del 2010. Ben 31,33 euro di differenza, oltre il 40% in più, tornando al dato iniziale. Se ipotizziamo due spese simili a settimana per le 52 settimane dell’anno, si parla di un rincaro di 3.258,32 euro.

I prezzi

Confrontando vecchi e nuovi prezzi del nostro paniere è facile accorgersi che quelli di molti prodotti sono raddoppiati o peggio: sale grosso, zucchero, caffè, sottilette, pollo, lonza e costine di suino, limoni (questi ultimi addirittura quadruplicati al chilo).

Ma entriamo nel dettaglio: il sale grosso vede un raddoppio perfetto al chilo da 0,11 euro a 0,22 euro mentre un chilo di zucchero è passato da 0,56 euro a 1,27 euro, guardando il prezzo più basso fra quelli presenti sullo scaffale. Il caffè Lavazza “qualità oro” (due pezzi per 250 grammi ciascuno) da 4,78 euro è lievitato a 8,39 euro.

Il prezzo delle sottilette Kraft le classiche (400 grammi), immancabili compagne di hamburger sulle tavole di molte famiglie, da 1,59 euro del 2010 è oggi pari 3,10 euro.

Per quanto riguarda la carne, un chilo di pollo che costava 4,50 euro nel 2022 è arrivato a 8,75 euro.

La lonza di suino da 6,60 euro a 11,48 euro mentre le costine di suino da 4,60 euro a 8,13 euro.

Arrivando al reparto ortofrutta colpisce il prezzo raggiunto dai limoni: se nel 2010 un chilo di limoni si comprava con 80 centesimi, ora ci vogliono almeno 3,18 euro per quelli provenienti dal Sud Africa ma scegliere italiano costa anche di più, ben 4,88 euro. Anche i prezzi di fagiolini e insalata gentile sono cresciuti, i primi da 1,85 a 2,98 euro, la seconda da 0,99 a 2,18 euro.

Un litro di latte Granarolo dodici anni fa si metteva nel carrello a 1,20 euro mentre ora costa 1,83. Se guardiamo il burro Giglio (250 grammi), da 1,65 euro è cresciuto fino a 2,97.

Spostandosi nel reparto colazione vediamo invece che gli intramontabili biscotti Pavesini (200 grammi), che prima si acquistavano con 1,48 euro, oggi costano più di 2 euro, per la precisione 2,05.

Infine l’olio extravergine d’oliva (un litro) è passato da 5,18 a 8,46 euro e il tè Lipton classico (25 bustine) da 1,15 a 1,92 euro.

Migliore la situazione dei prodotti per l'igiene e la cura personale, che comunque non sono immuni dall’inflazione: il prezzo del dentifricio Mentadent ai microgranuli (75ml) da 2,05 è salito a 2,29 mentre il bagnoschiuma Neutro Robert’s al Borotalco (500ml) da 2,44 è passato a 3,19 euro.

Gli ultimi prodotti considerati sono l’acqua naturale Vera (un litro da 0,33 a 0,46 euro) e il detergente per pavimenti Fabuloso (un litro da 1,55 a 1,99).

Gli stipendi

Purtroppo, però, gli stipendi non sono saliti alla stessa velocità, anzi sono diminuiti.

Per questo motivo le famiglie arrancano e questo succede anche a Reggio Emilia, che l’Istat vede ventesima nella classifica delle città più “care” d’Italia con un’inflazione al 7,2% (si consideri che la media nazionale dell’8% si traduce in un rincaro annuo per famiglia pari a 1.740 euro).

E la crisi, come vi abbiamo raccontato nei giorni scorsi, si abbatte anche su realtà come la Caritas.

«Si è verificato un calo delle donazioni e un aumento del prezzo di beni alimentari che acquistiamo – aveva denunciato alla Gazzetta il direttore di Caritas Andrea Gollini – quelli che più hanno avuto rincari, o difficilmente reperibili, sono olio di semi, pasta, farina e prodotti derivati. Gli aumenti medi sono del 20%, portando il valore dei pacchi fra i 18 e i 30 euro contro i 15-25 euro a cui si aggirava prima degli aumenti».

Tornando al “nodo” stipendi, secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) negli ultimi trent’anni l’Italia è stato l’unico Paese in cui i salari annuali sono diminuiti.

Mentre da noi sono calati del 2,9%, i nostri vicini tedeschi li hanno visti crescere del 33%. In Francia sono aumentati del 31%, in Belgio e in Austria del 25%. Persino per i “cugini” spagnoli gli stipendi sono aumentati del 6%.

L’inflazione

In Italia sono anni che, ogni volta che si parla di stipendi bassi, in particolare rispetto all’aumentato costo della vita, la discussione si sposta sul cuneo fiscale e contributivo: quello reale nel settore privato è pari quasi al 60% (rispettivamente 26% il primo e 33% il secondo, dunque molto al di sopra della media Ocse del 46,5%).

Dopo il pressing delle parti sociali, Draghi aveva annunciato che nella prossima Legge di Bilancio avrebbe finalmente agito sul taglio al costo del lavoro.

Con la caduta del governo e la profonda crisi politica in atto, capiremo se la concretizzazione del provvedimento subirà o meno un rallentamento, paventato da molti. 




 

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