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Forme tarocche, tutti archiviati

Evaristo Sparvieri

	Dante Bigi, patron della Nuova Castelli
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Dante Bigi, patron della Nuova Castelli

Accolta la richiesta della Procura nell’inchiesta sui presunti falsi di Parmigiano e Grana. Dante Bigi, ex patron della Nuova Castelli: «Soddisfazione ma anche grande amarezza»

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Reggio Emilia Ventisette archiviazioni. È quanto deciso venerdì dal gip di Parma, Adriano Zullo, su richiesta del sostituto procuratore Emanuela Podda, per l’inchiesta avviata nel 2014 su quello che era stato ipotizzato come un presunto maxi giro di Parmigiano Reggiano e Grana Padano contraffatti e non conformi ai disciplinari. Nel mirino era finita l’attività della Nuova Castelli fra il 2013 e il 2015, all’epoca capitanata dal patron Dante Bigi, ora presidente Airone Seafood, che assistito dagli avvocati Federico Cecconi e Giovanni Tarquini, ora commenta: «Con un colpo di spugna sono state gettate via tutte le maldicenze che mi hanno perseguitato per troppo tempo. Da un lato sono soddisfatto perché è stata ridata la giusta dignità alla mia reputazione, dall’altro sono amareggiato perché non è possibile subire anni di indagini senza mai essere ascoltato. Avrei potuto far risparmiare tempo spiegando la mia versione degli eventi e avrei anticipato l’archiviazione del procedimento».

Dodici indagati erano accusati di associazione a delinquere: oltre Bigi (per il quale al pari di altri indagati erano state chieste e rigettate misure cautelari), Luigi Fici (che divenne legale rappresentate della Nuova Castelli dopo Bigi a fine 2015), Mario Panazza, Romano Conti, Alberto Morlini, Francesco Ghidorsi, Marco Soldati (nel frattempo deceduto), Angelo Maria Strazzanti, Tommaso Cibrario, Sergio Raglio, Giuliano Menozzi e Livio Bondavalli. Fra gli altri indagati c’erano anche nomi eccellenti come Giuseppe Alai, ex presidente del Consorzio del Parmigiano, e Stefano Berni, direttore del Consorzio del Grana, oltre a Massimo Bertoni, Claudia Cadonici, Artico Iori, Paola Alessandra Maria Pozzi, Giuseppe Omassi, Villiam Chiari, Simone Paraluppi, Emily Anselmi, Davide Vietta, Paolo Guerriero, Federico Bruno, Vanessa e Luca Bonazzi.

Un’inchiesta lunga e tortuosa. L’indagine era stata avviata da una segnalazione del servizio di vigilanza del Consorzio del Parmigiano sulla presenza in un supermercato inglese di vaschette da 100 grammi di “Grated Parmesan”, ovvero Parmigiano Grattugiato, che a dispetto del disciplinare contenevano del Lisozima. Il codice identificativo del prodotto rimandava alla Nuova Castelli, allargando l’inchiesta – a opera del Nac di Parma – alla società ungherese del gruppo (la Majar Sajt Kft) e ad altri caseifici del Nord Italia. L’indagine, condotta anche dal nucleo investigativo del Roni di Reggio, su coordinamento della pm Maria Rita Pantani, proseguì con perquisizioni, sequestri (circa ottomila forme), perizie e intercettazioni: un iter poi trasferito a Parma per competenza territoriale, come era stato peraltro richiesto dalla difesa di Bigi, quando nel 2021 il gup reggiano Dario De Luca ha deciso per la nullità della richiesta di rinvio a giudizio, sollevando la genericità delle accuse e rimandando gli atti al pm. Numerose e pesanti le ipotesi di reato contestate a vario titolo, che spaziavano dall’abuso d’ufficio a reati di frode nell’esercizio del commercio, dalla contraffazione di indicazione geografiche o denominazione di origine dei prodotti agroalimentari all’adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari e al commercio di sostanze nocive con emissione di fatture per operazioni parzialmente o totalmente inesistenti. E ancora: fraudolenta produzione e commercializzazione di ingenti quantitativi di Parmigiano Dop mediante la miscelazione con prodotti similari appositamente creati; utilizzo di fermenti lattici in numero superiore al consentito, utilizzo di latte con residui di antibiotici e presenza superiore di aflatossine.

Altra accusa era l’ottenimento della certificazione di origine protetta “Grana Padano” per ingenti quantitativi di formaggio, sprovvisti dei requisiti previsti procedendo comunque nella marchiatura illegittima, per trarne un ingiusto profitto dalla lavorazione e dalla commercializzazione. E, da ultimo, il ricorso a false dichiarazioni delle giacenze e a false registrazioni, alla fatturazione di buste di fermenti “starter o startup” alla controllata ungherese. Infine, la registrazione di false fatture inerenti a tali fermenti. Un impianto accusatorio poderoso, per il quale la pm Podda ha chiesto l’archiviazione, attraverso un provvedimento motivato punto per punto, in parte per prescrizione e in parte per ipotesi di reato che – nonostante la mole di atti – non è stato possibile dimostrare, anche per assenza e carenza di prove. Una richiesta accolta dal gip, che l’ha ritenuta pienamente condivisibile. A commentare l’archiviazione anche Sergio Tommasini, ad di Airone Seafood, società di cui Bigi è presidente: «Questa vicenda ha creato qualche retroazione negativa sulla nostra attività e sono contento che si metta la parola fine. Il nostro presidente riscatta il proprio prestigio professionale e imprenditoriale che da parte nostra non è mai stato in discussione. Airone sta crescendo in modo importante nel settore delle conserve ittiche e Dante Bigi sta dando il suo contributo e da oggi lo farà con maggiore serenità». 




 

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