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Strage di Bologna

Attentato del 2 agosto. «La condanna a Bellini ci avvicina alla verità»

Serena Arbizzi
Attentato del 2 agosto.  «La condanna a Bellini ci avvicina alla verità»

I familiari delle vittime: «Ci sono legami con altri delitti»

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Bologna «Una strage è un atto di guerra rivolto contro i propri cittadini. E in guerra, come ci ricordano le terribili immagini provenienti dall’Ucraina, si usano le persone come carne da macello. Ottantacinque morti e 200 feriti. Un’ecatombe». Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione famigliari delle vittime del 2 agosto 1980, cita Pasolini e usa il paragone con la guerra in Ucraina per definire la strage di Bologna, nel quarantaduesimo anniversario in cui i familiari delle vittime esprimono più che mai il desiderio ardente di “verità e giustizia”. Piazza Medaglie d’oro, a Bologna, era stracolma, ieri, per il triplice fischio del treno, alle 10.25: familiari delle vittime, sul palco con le istituzioni e tra la folla, tanti amministratori, ma anche e soprattutto tanti cittadini hanno unito la loro voce a quella dei parenti. E, ancor prima, hanno manifestato a più riprese la loro vicinanza con lunghi applausi, strette di mano e abbracci ai familiari, accompagnandoli in corteo da piazza Nettuno a via Indipendenza, tra gonfaloni e bandiere dei sindacati, nel tragitto in cui i “sampietrini della memoria”, ricordano le vittime.


La svolta che dipana uno dei più grandi misteri italiani, la strage, è arrivata dopo oltre 40 anni e parla reggiano. «Come abbiamo scritto nel nostro manifesto – continua Bolognesi – la strage fu progettata e finanziata dai vertici della loggia massonica P2, protetta dai vertici dei Servizi segreti italiani, eseguita da terroristi fascisti. La sentenza dello scorso aprile dà volto e nome al quinto esecutore materiale della strage: è Paolo Bellini, neofascista dal curriculum criminale terrificante. La ricostruzione delle protezioni di cui ha beneficiato Bellini è impressionante, dai rapporti con il procuratore capo di Bologna, nel 1980, Ugo Sisti».

«Bellini – continua il presidente – era un esponente di Avanguardia nazionale, Ciavardini e Picciafuoco erano di Terza Posizione, Mambro, Fioravanti e Cavallini erano i capi dei Nar: quel 2 agosto di 42 anni fa, qui, in stazione, erano presenti tutte le sigle dell’estremismo neofascista. Il giudice Mario Amato, aveva intuito che nell’estrema destra si stava organizzando qualcosa di molto grosso che avrebbe riunito con un unico obiettivo la variegata galassia nera e per questo fu ucciso».

Bolognesi ricorda come la nomina dei direttori dei Servizi Segreti iscritti alla Loggia massonica P2 avvenne nel 1978, «da parte del Consiglio dei ministri, presieduto da Giulio Andreotti, con l'avallo di Francesco Cossiga. Questi vertici erano in carica durante la vicenda del rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e mentre si verificavano molti delitti eccellenti tra cui spiccano quello del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, quello del magistrato Mario Amato e la strage di Bologna».

I pezzi del puzzle si vanno componendo e «potrebbero spiegare intrecci, reti e depistaggi», che intaccano «equilibri ancora attuali». Come ha dimostrato, nel corso dell’ultimo processo, l’invio di «atti alla Procura di Bologna per valutare la possibilità di incriminare per depistaggio tre consulenti tecnici che ricoprono ruoli istituzionali nello Stato. Un’intercettazione che coinvolgeva pesantemente Bellini, è stata trasformata in un depistaggio».

Il presidente ringrazia Draghi per il «versamento all’Archivio di Stato di tutti i documenti relativi alla P2 e a Gladio». E finisce elogiando chi ha scelto di fare la propria parte: tra questi, anche i familiari di Bellini, «venuti in aula a dire la verità, facendo una scelta difficile e coraggiosa che noi familiari delle vittime apprezziamo. Siamo solo all'inizio. Questa frase può sembrare una sconfitta, ma non lo è».

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