Gazzetta di Reggio

Reggio

Boretto

«Po, le escavazioni illegali hanno aggravato la siccità»

Alessandro Cagossi
«Po, le escavazioni illegali hanno aggravato la siccità»

Vitaliano Daolio: «Negli anni ’60 il fiume era cinque metri più alto»

4 MINUTI DI LETTURA





Boretto «Il Po è stato depredato, il problema della siccità è reso più grave dai cinque metri in meno di alveo, a seguito degli scavi compiuti per prelevare la sabbia dal suo fondale».

Lo afferma il reggiano Vitaliano Daolio, originario di Novellara e profondo conoscitore del Grande Fiume: dal 1999 vive e lavora sul Po a Motta Baluffi (Cremona), dove ha aperto il primo pesca-turismo in acqua dolce in Italia e ha gestito, per 18 anni, l’acquario didattico.

Per quale ragione lei pone l’attenzione sull’abbassamento dell’alveo del Po come una delle aggravanti dell’attuale situazione di secca?

«Sicuramente stiamo vivendo una secca storica, la più importante di tutte tra le decine avvenute dal Novecento in poi. Ma faccio mie le parole e i dati dell’ingegnere Ivano Galvani, dirigente dell’Aipo (Azienda Interregionale per il Po) pubblicati nel 2011 in un’inchiesta su La Repubblica dal titolo “Così i predoni di sabbia hanno cambiato il Grande Fiume”: la morfologia del fiume è cambiata, perché negli anni Sessanta il Po era cinque metri più alto. Da allora sono stati prelevati, e in parte rubati illecitamente, cinque metri di sabbia dal fondale di un fiume lungo 280 chilometri. Quindi parliamo di miliardi di metri cubi di sabbia, spesso portati via illegalmente, per fare le infrastrutture come l’Autostrada del Sole e l’alta velocità. Poi aggiungiamo che in ogni casa d’Italia c’è un pezzo del nostro fiume, c’è la sabbia del fiume Po. Per dare l’idea di questo vero e proprio disastro ecologico, affinché la natura riesca a risedimentare tutta quella sabbia, serviranno 5 milioni di anni».

Quali sono le più dirette conseguenze dell’abbassamento dell’alveo del Po?

«La prima è che le idrovore costruite negli anni Trenta, che pescano acqua direttamente dal fiume, sono diventate obsolete perché lo zero idrometrico di allora è diverso da quello di adesso. Se ci fossero ancora i cinque metri di sabbia dragati via nel corso del tempo, pur col livello dell’acqua ai minimi storici, le pompe riuscirebbero ancora a pescare acqua senza necessità di intervenire, come accade oggi, meccanicamente con gli escavatori o coi trattori».

Quali metodi vengono usare per mantenere in funzione le idrovore?

«Già da molti mesi nelle idrovore della bonifica dell’Emilia centrale a Boretto, che forniscono irrigazione per tutta la Bassa reggiana, sono in azione degli escavatori coi bracci lunghi che stanno spostando la duna di sabbia che si era depositata davanti alle pompe, per creare un canale di acqua che possa raggiungere gli impianti di risalita. Mentre alle idrovore di Isola Pescarola, nel cremonese, l’acqua fa due salti: in prossimità delle idrovore, con la sabbia è stato creato un piccolo bacino d’acqua rialzato rispetto all’alveo fiume, che viene alimentato in continuazione da alcuni trattori dotati di pompe agricole che, posizionati sull’argine sabbioso del bacino, pescano l’acqua più in basso, dall’alveo. Poi le idrovore pompano l’acqua ricevuta da questo bacino improvvisato nel circuito d’irrigazione della Bassa cremonese. Due soluzioni diverse per due situazioni diverse, che per ora si stanno rivelando efficaci».

Più in generale, ogni anno una quantità enorme di acqua dolce va a finire nel Mar Adriatico. ..

«Mi fa molta tristezza vedere che tutta questa acqua dolce, un bene primario che arriva dai grandi laghi, va a finire direttamente in mare e non viene utilizzata a scopi agricoli. Adesso siamo in secca e il fiume scarica in mare “solo” 150 metri cubi al secondo, ma se li moltiplichiamo per i secondi che ci sono in una giornata intera, rimane comunque una quantità d’acqua immensa, che andrebbe utilizzata meglio. Se gli israeliani avessero tutta quest’acqua, riuscirebbero a coltivare tutto il deserto che hanno».

Con questa secca, com’è lo stato attuale della qualità dell’acqua?

«In questo momento non vedo reali problematiche, anzi il fiume ha un’acqua stupenda e limpida, relativamente pulita. Non c’è moria di pesci, la vita nel fiume continua. I problemi si registrano invece nell’area golenale, dove ci sono specchi d’acqua e torrenti: molti si sono seccati, comportando l’alterazione dell’ecosistema e la moria di pesci».

Esistono, secondo la sua opinione, delle soluzioni per far fronte al cambiamento climatico?

«I cambiamenti climatici ci potrebbero portare in questa situazione critica anche in futuro, ma dobbiamo fare in modo che questo non ricapiti più, perché nel 2022 abbiamo le conoscenze e la tecnologia per far fronte a questi problemi, quindi questa crisi deve rappresentare un punto e a capo per ripartire con progetti lungimiranti e far tornare questo fiume nel suo massimo splendore, per poterne sfruttare le sue grandi capacità che sono l’approvvigionamento dell’acqua per l’agricoltura, ma ci sono anche possibilità a livello turistico e a livello commerciale col trasporto fluviale». l

© RIPRODUZIONE RISERVATA



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google