L’autopsia a Modena. Le ultime ore della 36enne ricostruite con i tabulati
La cantina della macabra scoperta era chiusa dall’interno
Reggio Emilia Con in mano elementi contrastanti, gli inquirenti ci vanno con i piedi di piombo davanti al caso della marocchina 36enne Khadija El Jarmouni, trovata cadavere lunedì 8 agosto nella cantina dello stabile al numero civico 8 di via Cassala, cioè la cantina corrispondente alla sua abitazione.
E in questo solco fatto di prudenza e stringenti accertamenti va la decisione di disporre l’autopsia effettuata mercoledì 10 agosto all’istituto di medicina legale di Modena. La causa di morte certa è infatti un crocevia-chiave di questa vicenda. Chieste dalla pm Piera Giannusa (è il magistrato titolare del fascicolo e sta coordinando il lavoro della polizia) al medico legale verifiche tossicologiche per capire se la donna abbia o meno ingerito sostanze che possano aver causato il suo decesso nella cantina.
Si sospetta del topicida trovato nel luogo del decesso, ma non si possono escludere – al momento – altre sostanze-killer. Fra l’altro la nordafricana è stata trovata morta poche ore dopo la sua scomparsa da casa e a dare l’allarme è stata la figlia della sorella che vive nello stesso appartamento di Khadija insieme alla figlia di 5 anni della donna deceduta, bimba che la 36enne ha avuto durante il matrimonio con il connazionale da cui si stava separando. E su quest’ultima persona stanno emergendo particolari non univoci.
Per gli investigatori l’ormai ex marito negli ultimi giorni non si trovava a Reggio Emilia, mentre alcuni vicini di casa della donna morta l’avrebbero avvistato fra sabato e domenica mentre faceva avanti indietro («quattro volte») dalla casa della 36enne. Fra i due coniugi vi erano delle tensioni, il che sarebbe provato dal fatto che Khadija aveva denunciato più volte il marito quando vivevano a Cervignana del Friuli (Udine) e non è ancora chiaro se fosse stata applicata una misura cautelare nei confronti di quest’uomo per evitare rischiosi contatti. Il marocchino è già stato sentito in questura, come del resto parenti e conoscenti della 36enne, per ricostruire la vita a Reggio Emilia della nordafricana, anche attraverso l’analisi dei tabulati telefonici e quanto contenuto nel suo cellulare. È successo qualcosa di grave negli ultimi giorni di vita di Khadija? Si sentiva minacciata ed era talmente disperata da farla finita? Al momento non sono emerse lesioni sul cadavere che facciano pensare ad un atto violento ed è stato chiarito che la porta della cantina era chiusa dall’interno. Tutto ciò fa propendere per un suicidio? Non è ancora detto.
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