«Khadija non è morta suicida». Al funerale i dubbi dei familiari
«Era sparita domenica alle 4 e lunedì di primo pomeriggio l’ha trovata la nipote La porta della cantina era aperta, chi vuole uccidersi non ha con sè le chiavi di casa»
Reggio Emilia Un addio composto e sentito, ieri alla moschea di via Gioia, per Khadija El Jarmouni, marocchina di 36 anni trovata cadavere lunedì in via Cassala nella sua cantina. Sulla sua morte è stata aperta un’indagine con ancora aperto ogni possibile scenario, il che si coglie durante la cerimonia funebre musulmana molto partecipata e durata circa un’ora. Familiari e amici non credono al suicidio in quella maledetta cantina e – davanti al taccuino – danno la loro versione delle ultime ore di Khadija: «È scomparsa intorno alle 4 di domenica e solo lunedì verso le due di pomeriggio la nipote ha scoperto dov’era. Ha trovato la porta della cantina semi aperta, è entrata, subito ha notato il mazzo di chiavi di casa posato sul frigorifero, per poi vedere la zia a terra. Una scena terribile, si è spaventata ed è scappata in casa a dare l’allarme. Chi vuole farla finita non porta con sè le chiavi di casa...». Il padre 64enne – Abderrahim El Jarmouni – è molto provato, stringe tante mani, l’abbracciano amici e conoscenti: «Non penso che mia figlia si sia suicidata – dice, commosso – vivevamo insieme e non ho mai colto in lei un’aria così negativa. Attendiamo l’esito delle indagini, crediamo nella giustizia». Nessuno si sbilancia sull’ormai ex marito, se non rimarcando che fosse stato denunciato molte volte dalla 36enne per le minacce ricevute. Lui al funerale non c’è e sul dubbio che possa avere delle responsabilità annotiamo l’invito alla cautela da parte di Abdelkrim Ouargziz, rappresentante della direzione della moschea: «Khadjia era mia vicina di casa, una brava ragazza, la conoscevo da quando era piccolina. L’ex marito? Aspettiamo di vedere con i nostri occhi l’esito delle indagini, vogliamo la verità». Riflessioni intinte nella sofferenza a margine di un funerale contrassegnato da raccoglimento, tristezza, silenzio e nutrita partecipazione. La bara, avvolta in un panno verde con i ricami in oro, è già dentro alla moschea quando, poco dopo le 13.30 viene intonato un canto coranico. Sono circa duecento gli uomini che attendono la celebrazione dell’imam Njim Munir. Le donne, tante anche quelle, sono invece in un’altra parte dell’edificio religioso, collegate con le riprese a circuito interno che appaiono su uno schermo. Il rito musulmano prevede questa netta divisione e diventa più intenso quando si fa sentire la voce incalzante dell’imam: altre citazioni coraniche, poi la “preghiera dei morti”, il ricordo di Khadjia, rivolgendosi ad Allah: «Una brava persona, madre di due figli, una tragedia, la sua anima merita la porzione più alta del paradiso». È il momento più toccante, la bara viene posizionata vicino all’imam, i fedeli si stringono attorno al padre per sostenerlo in un momento così duro. Infine, come in un lampo, la bara viene portata da tante braccia verso il carro funebre. La sepoltura avverrà di lì a poco in terra a Coviolo, nel campo islamico. In questi giorni l’Onoranza funebre Ferrari Simone di Scandiano si è occupata, per conto di un’agenzia marocchina, dell’organizzazione del funerale. Giovedì è stata eseguita l’autopsia all’istituto di medicina legale di Modena. Sarà questo esame medico dettagliato a stabilire le cause, le modalità ed eventualmente i mezzi che hanno causato la morte della donna. Chiesta dalla pm Piera Giannusa – titolare del fascicolo che sta coordinando il lavoro della polizia – una perizia tossicologica necessaria a capire se la 36enne abbia o meno ingerito sostanze che possano avere causato il suo decesso. Si sospetta del topicida trovato accanto al cadavere (elemento che in una prima fase ha fatto propendere gli investigatori per l’ipotesi di suicidio) ma al momento non si possono escludere altre sostanze-killer. Da quanto si è appreso dalla Scientifica che ha effettuato i primi rilievi, sul corpo non sono emerse lesioni.l
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