Istruttoria del garante della privacy
Doppia indagine sul video: la Procura di Piacenza apre un fascicolo
Reggio Emilia Una duplice indagine, da parte della procura di Piacenza e da parte del garante della privacy. Questo l’esito della diffusione e della pubblicazione del contestato video dello stupro di Piacenza.
Lunedì scorso, con una nota pubblicata sul suo sito, il garante della privacy ha fatto sapere di aver avviato un’istruttoria – cioè una raccolta preliminare di informazioni per verificare se ci siano state o meno violazioni della privacy – sulla diffusione del video della violenza sessuale avvenuta a Piacenza domenica mattina. Il filmato, girato con un cellulare da una finestra nelle vicinanze del fatto, mostra Sekou Souware, il 27enne originario della Guinea e residente a Reggio, nell’atto di violentare una donna ucraina di 55 anni.
Fino a lunedì il video era stato diffuso online, per quel che se ne sa senza il consenso della parte offesa. L’istruttoria avviata dal Garante della privacy punta ad «accertare eventuali responsabilità da parte dei soggetti che a vario titolo e per finalità diverse» hanno diffuso il video, e a «verificare la sussistenza di idonee basi giuridiche legittimanti tale diffusione». Nel caso in cui la diffusione del video sarà ritenuta illegittima, il garante ha detto che si riserverà «di adottare eventuali provvedimenti di sua competenza».
L’intervento del garante corre in parallelo con l’indagine avviata dalla procura di Piacenza, che ha aperto un fascicolo contro ignoti per l’ipotesi di reato prevista dall’ex articolo 734 bis del Codice Penale: «Divulgazione delle generalità o dell’immagine di persona offesa da atti di violenza sessuale». L’articolo recita così: «Chiunque, nei casi di delitti (a sfondo sessuale, ndr), divulghi, anche attraverso mezzi di comunicazione di massa, le generalità o l’immagine della persona offesa senza il suo consenso, è punito con l’arresto da tre a sei mesi».
La condotta penalmente rilevante consiste nel portare a conoscenza di un numero indeterminato di persone le generalità o l’immagine della vittima, senza il suo consenso, attraverso delle modalità che comunque consentano di poter risalire alla persona offesa. In assenza di consenso della persona offesa, dunque, l’illiceità della condotta si incentra sull’attività di “divulgazione”, prevedendo espressamente che ciò possa avvenire “anche attraverso mezzi di comunicazione di massa”, tra cui rientrano, evidentemente, non soltanto i mass media tradizionali (stampa, televisione, radio), ma anche quelli diffusisi con le nuove tecnologie (siti web, blog, social network, mailing list).
Mentre anche ieri si moltiplicavano le reazioni sull’uso strumentale della cronaca nera e sul «basso livello» della campagna elettorale, sulla vicenda di Piacenza è intervenuta la consigliera regionale reggiana del Pd, Roberta Mori, portavoce della Conferenza Donne democratiche dell’Emilia-Romagna.
«Lo stupro è un atto inaccettabile di violenza maschile sulle donne che neutralizza la dignità femminile, viola il corpo, annienta la persona. Lo stupro è da condannare sempre, ovunque si compia, chiunque lo compia. Sempre», ha scritto la consigliera regionale dem. «Dopodiché le immagini video dello stupro utilizzate dalla destra meloniana come propaganda elettorale senza alcuno scrupolo per la dignità della vittima, è un esempio di comportamento che nega civiltà e decenza. La cultura della violenza sulle donne si nutre anche dell’umiliazione pubblica. Non basta essere donne per essere dalla parte delle donne. La leadership femminile è un’altra cosa».
Di fronte alle polemiche, è tornata a parlare del video anche Giorgia Meloni: «Non ho motivo di scusarmi se non per aver espresso solidarietà. Ho pubblicato una cosa che stava già sui siti, che aveva pubblicato la stampa. Non avrei mai pubblicato un video che potesse far riconoscere la vittima. Ho pubblicato un video che era completamente oscurato. E quindi francamente rimango un po’ colpita dalla polemica, soprattutto perché è circoscritta a me».
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