Silk-Faw, 17 dipendenti senza paga da giugno
L’ad Giovanni Lamorte: «I soldi arriveranno. È normale per le start up»
Reggio Emilia Dipendenti rimasti senza stipendio e preoccupati per il futuro. Silk-Faw, la società sino-americana che dovrebbe far sorgere nei 360mila metri quadrati di Gavassa uno stabilimento tecnologico per supercar di lusso elettriche e ibride, è sempre più nell’occhio del ciclone. Stavolta a prendere l’iniziativa sono stati 17 dipendenti, che tramite un avvocato hanno inviato una lettera sollecitando il pagamento degli stipendi mancanti dal giugno scorso: in caso contrario, entro metà settembre scatterà la messa in mora del ramo italiano della società.
Nulla a che fare con l’avvio dell’indagine della Guardia di Finanza, incaricata dal pm Piera Giannusa di fare luce sul più grande progetto industriale riguardante la nostra città e assegnatario di fondi regionali (non ancora versati) da 4,5 milioni di euro. L’inchiesta delle Fiamme Gialle deriva dall’esposto del deputato FdI Gianluca Vinci. Intanto, però, le acque si stanno facendo più agitate e il riserbo, finora granitico, delle persone che si trovano all’interno della società si sta incrinando.
L’azione legale di recupero crediti, partita da 17 dipendenti, ha avuto come risposta una lettera del chief financial officer Giovanni Lamorte, che dichiara di comprendere il malessere, riferisce che si sta facendo di tutto per pagare gli stipendi («gli attivi della società non sono abbastanza capienti per coprire debiti prioritario rispetto agli stipendi» sarebbe un passaggio della lettera) e “avvisa” che la messa in mora avrebbe unico autolesionistico risultato di «portare al fallimento della società».
Contattato telefonicamente dalla Gazzetta, Lamorte (che su Linkedin si definisce un manager con 35 anni di esperienza nel mercato automotive, specializzato in start up) ha confermato: «Risulta la richiesta di messa in mora. Il ritardo è dovuto alla ricerca di finanziamenti: sono slittate delle firme nei contratti di finanziamento. È una questione complessa ma non infrequente quando si tratta di start up, specialmente in questo frangente mondiale: ci sono di mezzo Usa e Cina».
Possibile che una società che dichiara un capitale sociale di 26.668.907 euro non abbia un euro in tasca per le buste paga? «Non ho mai detto quella frase sui debiti prioritari – è stata la replica di Lamorte, rispetto alla lettera – Guardi i bilanci sono pubblici, basta studiarsi quelli». Peccato che l’ultimo statuto di Silk Sports Car Company Srl (il braccio operativo della Silk Italy), contenente quel capitale sociale, sia stato iscritto al Registro delle Imprese il 23 dicembre 2020: un’era geologica fa.
In realtà non è chiaro neppure quanti e quali sono i dipendenti. Secondo Lamorte «sono una settantina, amministrativi e ingegneri per la start up, tutti a Reggio». Chi lavora all’interno racconta – nell’anonimato e tra mille timori – un’altra storia. Gli assunti sarebbero di parecchio inferiori perché, nei sessanta dipendenti dichiarati all’inizio, rientravano una ventina di persone già all’interno di Silk Ev Modena, delle quali non si ha contezza. Gli altri sono in minima parte di amministrativi, mentre la quota principale è formata dagli ingegneri (alcuni provenienti dall’Università, altri dalla Lamborghini) che hanno la sede nel capannone 19 del Tecnopolo: figure ad alta professionalità, arruolate per la ricerca e lo sviluppo. Una prima scrematura è già avvenuta: chi aveva contratti a tempo determinato con la promessa di rinnovo alla scadenza, tra fine luglio e i primi di agosto, è rimasto a spasso, mentre altri hanno preferito licenziarsi. I pochi rimasti a tempo indeterminato parlano di abbandono, di progetti “indefiniti” privi di indicazioni e di un cronoprogramma e di come, ogni volta che hanno chiesto delucidazioni, abbiano ricevuto generiche rassicurazioni sull’arrivo a breve dei fondi.
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