Uccise la sorella il giorno di Natale. La Cassazione rinvia il caso in Appello
Il delitto si consumò 5 anni fa. Verrà riesaminato l’aspetto legato al risarcimento. Franco Govi, oggi 78enne, è ai domiciliari presso la sua abitazione di Reggio Emilia.
Reggio Emilia Ritornerà davanti alla Corte d’assise d’Appello di Bologna l’omicidio di Franca Govi, per il quale è stato condannato il fratello Franco, oggi 78enne, ai domiciliari presso la sua abitazione di Reggio Emilia.
Il delitto avvenne il giorno di Natale del 2017. Alle 12.27, l’imputato chiamò il “118” per chiedere che arrivassero un’ambulanza e un carro funebre perché aveva ucciso la sorella. Giunti sul posto, la polizia e il personale sanitario trovarono nel bagno dell’abitazione dove vivevano i due fratelli il cadavere della donna. L’imputato, in stato confusionale, dichiarò di averla strangolata in un gesto d’impeto, precisando che aveva superato il limite, nella colluttazione, e non era stato più padrone di sè.
In primo grado a Govi, difeso dall’avvocato Marco Fornaciari, venne inflitta una pena di 12 anni dal giudice per le indagini preliminari, dottor Luca Ramponi, con le attenuanti generiche prevalenti su tutte le aggravanti. In secondo grado, la Corte d’assise d’Appello ha ridotto la pena a nove anni e quattro mesi. Ora, per decisione della Cassazione, il caso ritornerà alla Corte d’assise d’Appello che potrebbe decidere una diminuzione di pena al massimo di un terzo.
Tutto ruota intorno al risarcimento del danno: questo il motivo di ricorso accolto dalla Suprema corte, mentre gli altri sono stati rigettati. Il risarcimento del danno, infatti, venne effettuato su base spontanea da Govi, per alcune migliaia di euro, ad alcuni lontani cugini. Sia il giudice di primo grado prima, sia la corte d’Appello poi, contestarono il risarcimento, affermando che la vita umana non si può pagare con poche migliaia di euro complessive (200 a testa), ma a fronte del fatto che avrebbe dovuto esserci un risarcimento integrale. La difesa evidenzia, invece, come il risarcimento sia stato accettato dai parenti.
E la Cassazione vede nel ravvedimento operoso, nell’aver pagato spontaneamente, la volontà di eliminare le conseguenze del danno. Il risarcimento, infatti, motiva la Suprema corte, «è stato effettuato prima del giudizio di primo grado, è stato volontario ed effettivo e a favore di tutti i cugini, i quali hanno dato atto di aver ricevuto e accettato le somme di denaro, dichiarandosi integralmente soddisfatti». Ragione per la quale il ricorso meriterebbe parziale accoglimento.
Viene poi ritenuta, dalla Cassazione stessa “incoerente” l’affermazione sulla somma di 200 euro, oggettivamente esigua, pagata ai cugini, mentre si mette in evidenza che si tratta di parenti che non solo non convivevano, ma che da tempo non avevano alcuna frequentazione con la vittima.
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