«Matteo Incerti era una certezza: lui ci univa tutti ancora»
Le parole di Alessandro Di Battista al funerale del giornalista e scrittore. A salutarlo tanti amici, a testimoniare l’entusiasmo con cui ha vissuto
Elisa Pederzoli
Reggio Emilia «Non piangere sulla mia tomba: non sono qui. Non sto dormendo. Io sono mille venti che soffiano». Al funerale di Matteo Incerti – il giornalista, scrittore, militante e portavoce del Movimento 5 Stelle morto in Canada a 51 anni il 14 agosto scorso – ieri pomeriggio nella sala del commiato della Croce Verde c’erano davvero tutti “i mille venti” che è stato, così come recita il canto navajo scelto per la sua epigrafe.
Nonostante le lacrime che è stato impossibile trattenere per la perdita immensa che la sua premuta scomparsa rappresenta, l’addio a Incerti è riuscito a essere uno straordinario inno alla vita: come quella che lui, entusiasta e mai domo, ha saputo vivere. E forse è questo il messaggio più autentico che Matteo ha lasciato: di non sprecarne un solo giorno. Lui, sicuramente, non lo ha fatto, come ha ricordato Enrico Sassi, il diacono di Santo Stefano, davanti alle ceneri chiuse in un’urna non a caso a forma di libro, con a terra le maglie della Reggiana e degli Hogs, sue grandi passioni.
A salutare Matteo Incerti e a portare un abbraccio alla mamma Cristina, al papà, al fratello Michele e alle nipoti ieri è passato anche il sindaco di Reggio, Luca Vecchi, oltre ad altri sindaci reggiani. C’era l’Anpi con la bandiera listata a lutto e c’erano i parlamentari Davide Zanichelli, Maria Edera Spadoni, Alessandro Di Battista, l’ex ministro Danilo Toninelli, il senatore Danilo Crimi, l’ex sindaca di Roma Virginia Raggi, il presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra, l’europarlamentare Sabrina Pignedoli: nomi importanti del primo Movimento 5 Stelle, quel movimento che lui stesso aveva contribuito a far nascere.
«Ci sono due ricordi soprattutto che mi legano a Matteo, legati a due momenti particolarmente intensi della mia vita – ha detto durante la cerimonia Di Battista –. Quando è morta mia mamma, mi mandò la foto di un albero che aveva piantato in suo ricordo. Con una enorme costanza ciclicamente mi girava le foto di questo albero che cresceva. E l’altro quando è nato mio figlio, lui presentava il suo libro a Ortona e ci siamo fatti un bagno lunghissimo al mare. È stato un momento molto bello. Matteo era una certezza: c’era sempre. È stata una persona che ci univa tutti quanti, anche quando poi la vita ci ha disunito». Tra ricordi più intimi e personali, quello di Valentina Ruozi – che con lui aveva firmato il primo libro “Il bracciale di sterline” – e che ha letto alcuni brani di quelle pagine scritte insieme, che oggi sembrano davvero un testamento: «Oggi lo posso dire, sono stato un uomo fortunato. E la vita è bella e va vissuta perché ci sono momenti come questo, nulla succede mai per caso».
La traduttrice Angela Arnone, che aveva tradotto i suoi libri e con la quale stava progettandone altri, ha portato il saluto toccante dei protagonisti di tutte le storie – dalla Scozia, al soldato Martin dagli Usa, dal Canada – che lui ha cercato, recuperato e trasmesso. Anche dei nativi canadesi, dove si trovava nei suoi ultimi giorni. «Ha dato loro l’orgoglio di essere figli e nipoti di soldati valorosi. Si sono resi conto che la ricerca fatta da Matteo è stata lunga e faticosa, hanno sentito l’elettricità del suo essere. Grazie a lui hanno capito il dolore dei padri reduci, e per questo Matteo sarà una figura che entra nella mitologia nativa». A chiudere la cerimonia, è stato il suono di una cornamusa: come quella suonata dal soldato scozzese David Kirkpatrick, nell’assalto a Villa Rossi ad Albinea, nel 1945. Quanto ci mancherà, Matteo, sentirtelo raccontare ancora una volta.l
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