«Ho ucciso mia figlia Saman per la mia dignità e l’onore»
Le parole del padre Shabbar Abbas in una intercettazione finita agli atti. Il 1° maggio 2021 la scomparsa della 18enne che non è mai stata ritrovata
Novellara «Io sono già morto, l’ho uccisa io, l’ho uccisa per la mia dignità, per il mio onore».
Hanno la drammaticità di una terribile confessione le parole pronunciate da Shabbar Abbas, il padre di Saman, in una chiamata via WhatsApp al fratello – sono figli delle stesso padre, ma di madre diversa – risalente all’8 giugno del 2021 e finita negli atti del processo per l’omicidio della 18enne di Novellara. È solo l’ultimo tragico dettaglio di una vicenda che, dal maggio dello scorso anno – quando della ragazza si sono perse le tracce –, ancora non riesce a trovare una fine. E non riuscirà mai a trovarlo del tutto, se il corpo di Saman continuerà a non essere trovato.
Mancano ancora diversi mesi all’avvio del processo – fissato per febbraio 2023 – dove alla sbarra ci saranno il padre della giovane, la madre Nazia Shaheen, lo zio Danish Hasnain, i cugini Ikram Ijaz e Numanulhaq Numanulhaq. Se lo zio, ritenuto l’esecutore materiale, e i cugini sono in cella, i genitori restano latitanti in Pakistan, dove sono arrivati con un volo decollato da Milano Malpensa il 1° maggio del 2021: poche ore dopo, ritengono gli inquirenti, che Saman è stata uccisa.
Ed era, dunque, già in Pakistan l’8 giugno successivo quando è intercorsa la chiamata con il fratello.
Un uomo che aveva lavorato come Shabbar stesso per l’azienda agricola di Ivan Bartoli, a Novellara, fino al 2018, poi però un brutale litigio tra i due lo aveva indotto ad andarsene. Un litigio, ritengono gli investigatori che lo hanno sentito, dovuto all’abuso di alcol da parte del padre di Saman e nel corso del quale venne anche picchiato. La frequentazione riprese solo nel 2019, quando a Novellara arrivò l’altro fratello, Danish. Che ebbe un ruolo in qualche modo di pacificatore tra i due. Anche se i rapporti non tornarono mai a essere idilliaci.
Sentito dai carabinieri, ammette di aver temuto per le sorti di Saman – a cui lo legava un forte sentimento d’affetto, tanto che la giovane, dice, lo chiamava “papà” – quando ha saputo che tutti erano fuggiti da Novellara.
Sarebbero due le telefonate ricevute da Shabbar Abbas, già latitante in Pakistan, dal fratello.
I carabinieri del Nucleo investigativo della compagnia di Reggio Emilia, che ormai da un anno e mezzo indagano sulla sparizione di Saman, hanno potuto intercettare. Una, in particolare, è finita agli atti: è quella dell’8 giugno 2021, alle ore 15.32.
I toni sono tesi, perché Shabbar è arrabbiato col parente per quello che avrebbe detto. «Io sono rovinato, avete parlato di me in giro, non lascerò in pace la vostra famiglia», così ha raccontato il fratello agli inquirenti. Fino a quelle parole ferali intercettate: «Una volta che sarete coscienti, per me la dignità degli altri non è più importante della mia, uno. La seconda è che chi parlerà di me, io non guarderò nulla (che per gli investigatori, significa non me ne frega nulla degli altri, ndr) , io ho messo mio figlio lì (ho lasciato mio figlio in Italia), ho ucciso mia figlia e sono venuto. Io non guardo nulla di nessuno (non me ne frega nulla di nessuno, ndr)».
C’è da immaginare che su queste parole l’accusa con la pm Laura Galli e le parti a processo si daranno battaglia, in particolare sulle traduzioni dal pakistano. «Le intercettazioni spesso si prestano a fraintendimenti e spesso nella nostra storia processuale italiana non sono poi risultate attendibili, portando a cantonate colossali», è intanto il commento che l’avvocato Simone Servillo, che difende Shabbar Abbas e la moglie ha rilasciato all’agenzia LaPresse.
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