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La storia di Fraschin rivive grazie a “La casa del vecchio”

Miriam Figliuolo
La storia di Fraschin rivive grazie a “La casa del vecchio”

L’associazione s’ispira a Francesco Saturni, eremita della montagna. Da un’idea del comico Mauro Incerti: «Il messaggio? Tornare alla natura»

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Vetto Il volto di uno degli ultimi eremiti montanari del nostro Appennino ora campeggia al centro di una piccola magica valle a Ca’ di Buio, su una delle pareti della casa che lui stesso costruì e lo ospitò fino agli ultimi anni: si chiamava Francesco Saturni, detto Fraschín, e la sua casa era conosciuta come la “casa del vecchio” o Casa Rossa.

Da poco più di un anno la storia di questa casa e del suo costruttore Fraschin, con tutto il fascino di altri tempi e l’amore per la vita semplice e la natura che esse trasmettono, sono riemerse dal passato catturando sempre più persone, grazie al progetto di Mauro Incerti, attore comico ma anche educatore, e dei suoi amici: un’associazione di promozione sociale “La casa del vecchio”, che con le sue iniziative, dalle tortellate ai corsi di formazione per docenti, coinvolge un numero crescente di persone, oltre che attivare una proficua rete di relazioni tra attività e realtà produttive, artistiche ed educative.

La casa si trova lungo il sentiero Cai 660 in una radura che si apre sul fondovalle del Rio Maillo, affluente del Tassobbio, circondata dai prati e incorniciata dai boschi. Un luogo magico e suggestivo, per molti motivi. Il murale che raffigura Saturni è stato realizzato da Pietro Anceschi, l’artista reggiano che in questi giorni sta realizzando i murale dedicati a Kobe Bryan al Pala Bigi di Reggio.

Incerti come è nata l’idea della “Casa del vecchio”?

«Ho conosciuto questa casa e la storia di Saturni tramite un amico. Mi sono subito innamorato di questo posto. Sono passati 16 anni e in questi anni ho messo qui idee, risorse, cuore e muscoli. Mi sono fatto dare una mano e piano piano, con il grande sostegno di mia moglie Roberta Rozzi, e l’aiuto di tanti amici, che si sono prestati, a volte solo in cambio di ospitalità, la casa è stata ristrutturata. Ho realizzato qui un’isola felice dove poter ricaricare le batterie. Presto è nata in me l’esigenza di poterla condividere, portarci gente: questo è un luogo magico. Mi piace l’idea che le persone vengano e stiano qui, si disintossichino per un po’ della vita frenetica che conduciamo oggi».

Qual è il messaggio che il Fraschin riesce ancora a dare e che volete trasmettere?

«Saturni è stato uno degli ultimi, se non l’ultimo, eremita della nostra montagna. Lo spiega Ermanio Beretti, ex maestro e artista carpinetano, nel video “L’uomo che faceva i pagliai” (visibile anche su casadelvecchio.it, ndr). Il messaggio che ancora oggi la sua vita trasmette è quello del ritorno a un rapporto semplice tra uomo e natura, cosa che, spesso, impone anche grandi fatiche, ma che ci appaga pienamente perché è nel nostro dna. Fraschin sapeva fare tutto, con le sue mani ha costruito questa casa. Mentre la ristrutturavo ho ritrovato nelle fondamenta le grosse pietre che lui trasportava fin qui dal Maillo: sono enormi e lui le portava qui a mano; si muoveva a piedi tra questi boschi. Questo posto è rimasto esattamente come 70 anni fa, qui si ritrovano i segni che portano a un altro tempo e noi abbiamo bisogno di ritornare un po’ lì. I sentieri sono gli stessi. Per arrivare devi lasciare l’auto e raggiungere la casa a piedi. I cellulari, colpevoli di molte delle nostre nevrosi, qui non funzionano. In questo posto si torna a un contatto vero con la natura e alle cose semplici, un legame che si è spezzato con la vita moderna. Fraschin, però, era anche una figura molto originale. Avere conosciuto i suoi nipoti, Ombretta, Ambra e Stefano Saturni Rosati ha contribuito a farmelo conoscere di più: era un vero montanaro, molto testardo, a volte un po’ rustico, abituato a grandi fatiche. Il murale è un ulteriore omaggio: bravissimo Anceschi nel realizzarlo».

Che sia proprio lei, abituato a calcare il palcoscenico per fare ridere e divertire la gente, a parlare di distacco dalla vita frenetica di oggi, sembra un controsenso. Lo è davvero?

«Potrebbe sembrarlo, ma non lo è. Io sono nche un educatore. Tramite la cooperativa sociale che presiedo, la Cipiesse, mi occupo di progetti nelle scuole e per il sociale. Il teatro e, soprattutto, l’improvvisazione teatrale sono uno strumento che utilizzo nei miei progetti, compresa anche la comicità, l’ironia e l’autoironia. A un certo punto della mia vita e della mia formazione ho capito sul campo che insegnamento e teatro non sono affatto due cose distanti, anzi, tra essi può esserci uno scambio molto positivo. Ora molti dei nostri progetti educativi li portiamo qui, alla Casa del vecchio. Qui abbiamo 14 posti letto. Ci si può vivere per alcuni giorni un’esperienza unica in cui poter ricollegare anima, corpo e ambiente». l

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