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Terzo settore in ginocchio

«I rincari sono insostenibili anche nei centri sociali»

Gabriele Farina
«I rincari sono insostenibili anche nei centri sociali»<br>
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Orlandini (Ancescao): «Qualcuno deve darci una mano»

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Reggio Emilia «Il nostro lavoro di socialità quotidiana è notevolmente a rischio».

Non usa alcun giro di parole Villiam Orlandini, presidente provinciale di Ancescao, nel descrivere l’emergenza che sta attraversando l’associazione anche nel Reggiano. Un’emergenza che riguarda gli anziani e le rispettive famiglie in tre luoghi simboli: i centri sociali, i comitati anziani e gli orti.

«Abbiamo 55 centri a livello provinciale – la visione di insieme di Orlandini –, di cui 19 comunali. La situazione era già pesante prima del caro energia. Ora è peggiore».

La richiesta è chiara e perentoria: «Chiediamo a chi di dovere di darci una mano». Orlandini soppesa quanto si trova sul piatto della bilancia. «C’è a rischio la nostra socialità al pomeriggio e alla sera – illustra il presidente –. Noi diamo spazi a persone spesso con pensioni minime e che non fanno grandi spese. Con le entrate siamo in difficoltà e le uscite ci stanno creando problemi».

Al capitolo “uscite” il caro energia rappresenta la preoccupazione numero uno. Orlandini mostra bollette che superano i duemila euro, aggiungendo che «ci sono anche novecento euro di affitto da pagare».

Il quadro complessivo è critico. «Le ultime bollette sono raddoppiate, se non triplicate – prosegue Orlandini –. I rincari mettono a rischio l’apertura dei nostri centri sociali. Vedremo tanta difficoltà nei periodi invernali, in cui non abbiamo nemmeno le iniziative che organizziamo nel corso dell’estate. Il nostro lavoro di socialità quotidiana dei nostri volontari, che ogni mattina aprono le porte dei nostri circoli, è notevolmente a rischio».

Alla domanda su quale istituzione sia «di dovere» per aiutar e il terzo settore il presidente dei circoli reggiani non ha dubbi. «Il terzo settore non è tenuto in considerazione da molti – critica Orlandini –. La riforma del terzo settore è una realtà emergente. Quando ci chiedono di fare solidarietà e organizzare attività di volontariato, lavorando verso la comunità, noi rispondiamo “presente”. Quando invece siamo noi a chiedere un aiuto abbiamo visto come va, come accaduto anche per il Covid. Le amministrazioni comunali e la Regione in quella circostanza ci hanno dato una mano. Manca invece un aiuto nazionale rivolto al terzo settore. Il nostro è un grido di allarme che va interpretato».

La richiesta è formulata in modo ancor più preciso. «Il nostro è un grido di allarme perché qualcuno ci dia la possibilità di parlare e di essere ascoltati non soltanto quando lo Stato ha bisogno – aggiunge Orlandini –, ma anche quando siamo noi ad avere bisogno delle strutture nazionali. Non vogliamo regali: vogliamo essere riconosciuti come terzo settore».

Il presidente pone dunque interrogativi sul futuro delle persone che frequentano (o frequentavano) le strutture gestite da Ancescao. «Senza il nostro settore i più deboli, gli ultimi dove vanno? – domanda Orlandini – Il problema delle utenze riguarda le famiglie, le imprese e anche il terzo settore. In modo particolare, i centri sociali danno un ampio spazio alle persone che hanno problemi».

L’accoglienza è presto descritta. «Alla sera molti dei nostri centri sono aperti – delinea Orlandini – e danno un tetto a chi si vuole ritrovare a fare quattro chiacchiere, ad assistere a una partita, a prendere parte alle iniziative in cantiere. A Reggio Emilia stiamo portando avanti con l’amministrazione comunale lo sforzo di trasformare i nostri centri in case di quartiere. Alla fine, c’è però sempre qualcuno che paga le bollette».

Il paragone con l’emergenza sanitaria è impietoso. «Il Covid è stato sicuramente un momento difficile – certifica il presidente – perché siamo stati chiusi per due volte per circa sei o sette mesi. Riaprire è stato difficilissimo, ma avevamo l’entusiasmo di riprovarci e di ripartire. Oggi i costi e le minori entrate stanno creando maggiori difficoltà da un punto di vista economico. Non chiediamo aiuti “spot”, ma di essere riconosciuti come un momento di socialità importante della nostra società. Non mettiamo semplicemente quattro vecchi a giocare a bocce oppure a briscola».

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