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Grimilde

Grande Aracri contro il teste

Tiziano Soresina
Grande Aracri contro il teste

Conte conferma i lavori non pagati e per la pm fu un’estorsione mafiosa. Il boss Francesco replica: «Staccai tre assegni, si controlli. E i rapporti proseguirono»

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Reggio Emilia Al centro dell’udienza – ieri nel processo di ’ndrangheta Grimilde – l’accusa di estorsione (con l’aggravante mafiosa) nei confronti di Francesco Grande Aracri (il 68enne è il principale imputato di questo filone con rito ordinario).

Per la pm Beatrice Ronchi non avrebbe pagato nel 1999 dodici milioni di lire a Franco Conte (ora 52enne) per i lavori da imbianchino che aveva svolto a Parma in una palazzina di via Benedetta. Secondo l’accusa un’intimidazione espressa da Grande Aracri “quale esponente di vertice del sodalizio ’ndranghetistico emiliano”. Su questa vicenda la pm Ronchi ha chiesto a Conte – padre di Manuel, condannato in Appello nei riti abbreviati di Grimilde, ndr – alcune specificazioni rispetto a quanto già detto mesi fa nella deposizione. Ma quanto detto dal 52enne – allargatosi anche su altre situazioni – ha innescato la decisa replica non solo di Grande Aracri, ma anche del figlio Paolo (entrambi videocollegati dal carcere). Conte, sui lavori in via Benedetta, ha specificato che si trattava di un subappalto fra la ditta di suo fratello Biagino e l’Eurogrande Costruzioni di Grande Aracri e che furono emesse fatture per 30 milioni di lire per due palazzine, ma poi i lavori vennero fatti solo in una: «Lavori per 15 milioni di lire – spiega il teste – ma a mio fratello furono pagati solo 2-3 milioni. E una persona avvicinò mio padre Rocco e mio fratello Biagino per convincerci a lasciar perdere, di non chiedere più quei soldi». Dopo quell’esperienza Conte aveva detto di non aver più voluto avere rapporti con Grande Aracri, ma la pm Ronchi gli chiede conto di altri due contatti. «Nel 2009 feci dei lavori a Carpi (un tinteggio) e a Reggiolo (manodopera cortiliva) – entra nel merito Conte – perché interpellato dalla ditta di mio cugino (Stephane Iannò, marito di Rosita Grande Aracri, pure lei è imputata, ndr) e fu lui poi a dirmi che il committente era Grande Aracri. Venni pagato con un assegno. Nove anni dopo in un cantiere a Parma chiesi a Paolo Grande Aracri di trovarmi un pavimentista, poi per una settimana ci lavorò Francesco Grande Aracri che non allontanai per evitare problemi, temevo una reazione da parte sua e dei figli. Alla presenza del mio aiutante Daniele Soncini si fece un sopralluogo in cantiere con Francesco per accordarsi sulla pavimentazione. In un bar vicino una volta pranzammo insieme e pagò Francesco». Infine il testimone illustra i rapporti con i Grande Aracri, incalzato dalle domande dell’avvocato difensore Carmine Curatolo: «Sapevo che Francesco era stato condannato per mafia (in Edilpiovra, ndr) e mi dava da fare che mio figlio Manuel frequentasse i suoi figli Paolo (si conoscevano dall’infanzia) e Salvatore».

Una deposizione che innesca le infastidite “dichiarazioni spontanee” dei due imputati. «Chiedo che si verifichi in due banche di Brescello – ribatte Francesco Grande Aracri – perché per quel contratto da 30 milioni di lire del 1999 avevo staccato tre assegni, pagando. Bisogna fare chiarezza, voglio che sia fatta giustizia. Nel 2018 era stato Conte a chiedermi di fare la pavimentazione, in due occasioni mi venne a prendere con un furgone bianco ed era presente pure Soncini. Noi tre pranzammo insieme. Ora Conte dice di non conoscerci, invece era di famiglia...».

Dello stesso tenore le puntualizzazioni di Paolo Grande Aracri: «Al di là che noi abbiamo sempre pagato le persone contattate per lavori, andavo a casa di Conte, le famiglie si frequentavano, anche in occasione di compleanni. Ma ho messo le mani addosso a Manuel Conte perchè faceva danni usando il nostro cognome: andò da un gommista facendo montare gli pneumatici su tre auto, facendogli credere che quelle macchine fossero di Grande Aracri e che avrebbe pagato. E quel gommista mi chiese i soldi...».

Infine Paolo ammette che il video trovato sul suo cellulare rivela un reato: «Nella notte del Capodanno 2012 sparai due colpi in aria con il fucile di un mio amico, ma era lui ad avere il porto d’arma. Ho sbagliato, non lo nego».

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