Maxi sequestro da cinque milioni. In manette due fratelli di Cadè
Arrestati gli imprenditori Antonio e Marcello Vetere, insieme al loro avvocato. Sono accusati di associazione a delinquere per aver “spolpato” società poi fallite
Reggio Emilia Per anni avrebbero “spolpato” delle attività imprenditoriali, accumulando su quelle una montagna di debiti e svuotandole subito prima del fallimento: così avrebbero incamerato, sui propri conti correnti o su società schermo, qualcosa come 4,9 milioni di euro. Ora, dopo un’indagine durata tre anni, sono finiti in manette i fratelli Antonio Vetere, 66 anni, e Marcello Vetere, 54 anni, calabresi residenti a Cadè, insieme al loro avvocato Antonio Dimichele, 48 anni, originario di Taranto e residente a Parma, che secondo l’accusa sarebbe andato molto al di là del mandato legale.
I due imprenditori e il professionista sono accusati di associazione a delinquere finalizzata a una sfilza di reati fiscali: bancarotta fraudolenta, insolvenza fraudolenta, truffa, autoriciclaggio, omessa dichiarazione fiscale e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte.
Nel luglio scorso la Guardia di Finanza di Reggio, in seguito alla condanna diventata definitiva a due anni (pena sospesa) per il reato di indebita compensazione a carico della 60enne Vittoria Brugnano (moglie di Antonio e considerata un semplice prestanome), aveva sequestrato parte della villetta di Cadè. «L’errore della mia assistita è stato di avvalersi di sedicenti professionisti che l’hanno truffata», aveva dichiarato alla Gazzetta di Reggio, a proposito di quell’episodio, l’avvocato Dimichele.
Le misure cautelari firmate dal gip sono state eseguite ieri dalla Guardia di Finanza di Parma con una serie di perquisizioni effettuate con i cash-dog, cioè le unità cinofile della Finanza addestrate a “fiutare” l’odore dei soldi.
Nell’operazione scattata all’alba è stato eseguito il sequestro preventivo di un complesso sportivo e un hotel a Parma (rispettivamente l’Aqualena e l’Hotel City), quote di partecipazione in 26 società, 3 auto, 5 motoveicoli e ben 45 immobili, per lo più appartamenti. Il “tesoretto immobiliare”, secondo gli inquirenti è riconducibile (direttamente o tramite due società schermo, Bruzia Costruzioni Srl e The Game) ai fratelli Vetere: la maggior parte di questi immobili (almeno 35) sono situati nel Reggiano tra Sant’Ilario, Cadelbosco Sopra, Brescello, Rubiera e Reggio Emilia. Per la gestione di questi beni è stato nominato un amministratore giudiziario.
L’indagine della Finanza è partita nel 2018 dal complesso sportivo (palestra più piscina) Aqualena di Parma, al centro di traversie economiche. Da notare che la piscina esterna, attiva anche quest’estate, ha continuato ad essere gestita da una società riconducibile agli indagati, tant’è che per l’impianto il gip ha contestato il reato di tentato autoriciclaggio. Partendo dalle attività sportive e alberghiere i finanzieri hanno scandagliato l’intera galassia economica dei Vetere scoprendo, secondo la Procura, «una consorteria criminosa che ha contaminato il tessuto economico locale con condotte predatorie e parassitarie».
Il sistema ricostruito dagli inquirenti consisteva nell’acquisire attività che di fatto venivano cannibalizzate: gli imprenditori non pagavano né i fornitori né le tasse, riversando i costi gestionali e fiscali dell’impresa su società “satelliti”, intestate a prestanome, che veniva sfruttate, svuotate per tempo e destinate al fallimento. In questo meccanismo rodato la tempistica era fondamentale, così come gli accorgimenti per procrastinare l’assalto dei creditori.
Qui entrava in campo l’avvocato che, secondo l’accusa, «era stabile partecipe» del sodalizio: il professionista avrebbe fornito un contributo essenziale «per dissimulare, dietro un’apparente correttezza formale, il mancato pagamento, nella consapevolezza che il fine dell’operazione era quello di far transitare l’immobile da una società ad un’altra senza un reale corrispettivo», in barba a chi vendeva, ai creditori e allo Stato. l
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