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’Ndrangheta, maxi sequestro da 10 milioni ai fratelli Muto

Ambra Prati
’Ndrangheta, maxi sequestro da 10 milioni ai fratelli Muto

Nell’ambito di Grimilde misura di prevenzione personale e patrimoniale. I carabinieri sequestrano ditte, case e capannoni: c’è perfino un diamante

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Reggio Emilia Nonostante le interdittive antimafia, nonostante i processi Aemilia e Grimilde e i fari puntati sul sodalizio della ’ndrangheta emiliana, secondo la Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna i fratelli Antonio Muto, 51 anni, e Cesare Muto detto Rino, 42 anni – quest’ultimo libero – continuavano a fare affari ripartendo con nuove società intestate a prestanome e conservando un patrimonio «nettamente sproporzionato rispetto alle capacità reddituali». Un tesoro da dieci milioni di euro – in gran parte situato a Gualtieri, intestato a mogli e parenti – che da giovedì è stato bloccato con l’applicazione di una misura personale patrimoniale.

Tra i numerosi beni mobili e immobili sequestrati c’è anche un diamante a brillante di 3,50 carati, colore “D”, purezza “IF”, del valore di 75mila euro.

I carabinieri del Ros (il Raggruppamento operativo speciale) e del Comando provinciale di Reggio Emilia hanno eseguito la misura di prevenzione patrimoniale che ha portato al sequestro di beni a carico dei fratelli Antonio e Cesare Muto. Entrambi nati a Crotone e residenti a Gualtieri, entrambi condannati in rito abbreviato in Grimilde, il primo, classe 1971 (da non confondersi con gli altri due omonimi classe 1955 e 1978, che in Aemilia hanno rimediato condanne più elevate) è stato condannato in via definitiva nel maxi processo Aemilia a otto anni e sei mesi per associazione di tipo mafioso, truffa ed estorsione, tutti reati aggravati dal 416 bis, in quanto appartenente al sodalizio ’ndranghetistico emiliano, storicamente legato alla cosca Grande Aracri di Cutro. Il secondo, classe 1980, è attualmente in libertà.

Proprio per questo motivo, nell’ambito dell’operazione Grimilde incentrata sul clan Grande Aracri con epicentro a Brescello, il pm della Dda Beatrice Ronchi ha evidenziato «il pericolo concreto che i beni di cui si è chiesta confisca vengano dispersi, sottratti o alienati». Inoltre, un’ampia fetta del patrimonio dei Muto è intestata a tre donne e le difese di queste ultime, in seguito a ricorsi, hanno chiesto l’immediata restituzione di quattro società. «Tali compagini potrebbero a breve tornare nella disponibilità della ’ndrangheta»: da qui l’urgenza di intervenire, prima che sparisse tutto.

I sequestri sono avvenuti tra le province di Reggio Emilia, Parma, Mantova e Crotone. Sono stati apposti i sigilli a cinque aziende dei settori autotrasporti e immobiliare, ma anche a sei immobili, 92 veicoli (tra i quali una Maserati) e 28 trattori stradali. Il grosso si trova a Gualtieri: quote, conti correnti, attrezzature e veicoli delle società (la Muto Logistica & Trasporti Srl, The King Srl, Romeo Rec-Line Srl, Muto Immobiliare, Cospar e Rea); il capannone industriale, con abitazione e ampio terreno, di via Don Minzoni 1, considerato la “base” dei fratelli; abitazioni, garage e terreni in via Cento Violini, via Puccini, via Bellini, via Giardino; polizze assicurative; depositi in banche di mezza provincia; e veicoli di tutti i tipi, da quelli delle ditte (43 semirimorchi, 5 autobus, 4 furgoni, 2 autocarri) a dieci vetture tra le quali una Maserati.

Dalle indagini è emerso come i fratelli Muto gestissero attività imprenditoriali, formalmente intestate a prestanome, accumulando «patrimoni personali illeciti» che mal si conciliano con le dichiarazioni dei redditi delle ditte, che parevano essere sempre in passivo; oltre ad avere, secondo l’accusa, «la gestione occulta di imprese operanti su tutto il territorio nazionale».

Nell’inchiesta vengono confermati i rapporti tra i fratelli Muto, Giuseppe Giglio e i fratelli Vertinelli, tutti condannati in Aemilia.

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