Gazzetta di Reggio

Reggio

Reggio Emilia

Sempre più poveri. Caritas: «Nel 2021 al fianco di 11mila persone»

Alice Benatti
Sempre più poveri. Caritas: «Nel 2021 al fianco di 11mila persone»

Preoccupa la povertà ereditata in 6 casi su 10. Il direttore Gollini: «Il nostro non è un aiuto assistenziale»

5 MINUTI DI LETTURA





Reggio Emilia Nel nostro Paese la povertà assoluta è ai massimi storici: coinvolge 1,9 milioni di famiglie, pari a 5.571.000 individui (il 9,4% della popolazione residente). E sei persone su dieci l’hanno ereditata dalla famiglia d’origine. A dirlo è la Caritas italiana nel suo 21° Rapporto su povertà ed esclusione sociale intitolato “L’anello debole”, benché gli anelli deboli siano in realtà diversi. Tra questi ci sono i giovani, colpiti da molte forme di povertà: da quella ereditaria e intergenerazionale alla povertà educativa, tanto che solo l’8% dei giovani con genitori senza titolo superiore riesce a ottenere un diploma universitario. Reggio Emilia non fa eccezione: «Il livello di povertà sembra essersi stabilizzato su un livello più alto rispetto al pre-Covid». Parola del direttore della Caritas di Reggio Andrea Gollini, con il quale abbiamo affrontato alcuni temi emersi dal rapporto.

Come commenta quest’ultima “fotografia” sulla povertà italiana?

«Rispetto alla povertà il vero spartiacque nel nostro Paese è stato il 2009: da lì in avanti è purtroppo sempre aumentata con una certa regolarità. Questo fino al 2019, primo anno in cui, a seguito dell’introduzione delle misure di reddito minimo, si è riscontrato un calo. Dopo il miglioramento del 2019, nel 2020 e poi 2021 – a causa della pandemia e poi della guerra e dell’inflazione – si è arrivati nuovamente ad un aumento. Questi avvenimenti hanno più che assorbito le misure messe in atto per contrastare la povertà.

Cos’è successo sul nostro territorio alla povertà assoluta?

«Se partiamo dal nazionale e scomponiamo il dato a livello di macro regioni, al sud si è registrato un aumento mentre al nord un leggero calo. Ma nel nostro territorio, per quanto riguarda le famiglie, purtroppo questo calo non c’è stato. Mi spiego meglio: con l’avvento della pandemia abbiamo avuto un aumento del 25% delle persone che chiedevano aiuto, sia a livello diocesano che parrocchiale. Una volta superata, per così dire, l’emergenza Covid, è scattata l’emergenza Ucraina, che ha visto le parrocchie fortemente impegnate nell’aiuto materiale oltre che nell’accoglienza ai rifugiati. Poi sono arrivate da noi altre persone nuove a causa del caro prezzi e del caro bollette. Quindi, di fatto, notiamo come il livello della povertà sembra essersi stabilizzato su un livello più alto rispetto al pre-Covid. Nel 2021 le parrocchie hanno accompagnato 2.787 famiglie per un totale di quasi 9.000 persone. Mentre abbiamo incontrato quasi 900 persone al Centro di Ascolto diocesano in via Adua a Reggio e oltre un migliaio all’Ambulatorio Caritas. Occorre tuttavia fare una grande distinzione da fare fra il livello diocesano e quello parrocchiale. Come Diocesi, ci occupiamo principalmente di persone molto marginali di cui quasi la metà senza dimora, le quali hanno necessità particolari e più complesse, che insistono su molti ambiti contemporaneamente. A livello di parrocchie invece ad essere accompagnate sono principalmente famiglie con figli, con una casa nel territorio di competenza della parrocchia, in cui almeno uno dei componenti solitamente lavora».

Dal rapporto Caritas emerge che nel 59% dei casi le persone la povertà l’hanno ereditata. Come commenta questo dato?

«Il tema è complesso ma centrale! Vi si combinano sia dinamiche strutturali (scarsa mobilità sociale, condizioni del mercato del lavoro, sistema scolastico italiano ecc) che dinamiche legate a come ci si affianca alle persone in difficoltà. Su questo punto possiamo dire che il nostro osservatorio – e il merito di questo va ad Alberto Pighini – ha colto questa dinamica già nel 2016, quando ci siamo accorti che incontravamo persone i cui genitori erano stati accompagnati dalla Caritas. Questo ci ha fatto molto interrogare sulle modalità di accompagnamento e, grazie alla collaborazione con l’Università Cattolica di Milano, abbiamo riorganizzato le nostre modalità di aiuto: sono stati messi ancora di più al centro il bisogno, i desideri e le risorse del singolo nucleo, modulando l’aiuto di conseguenza, e lasciando però il protagonismo alle persone. Purtroppo, a volte, invece, si corre il rischio di agire un aiuto assistenziale».

Quali sono le cause che alimentano la trasmissibilità della povertà e quali invece gli strumenti individuati da Caritas per arginare questo fenomeno?

«Dal rapporto emerge che ai fattori fondamentali che determinano la trasmissione della povertà si aggiungono la dimensione psicologica (quindi bassa autostima, sfiducia, frustrazione, traumi, mancanza di speranza e progettualità), conseguenza di un vissuto lungamente esposto alla povertà, e una più ampia dimensione socio-culturale che coinvolge tutta la società ma si amplifica nelle fasce di popolazione in situazione di disagio. Da qui la necessità di interventi che si spingano oltre gli aiuti materiali, lungo due direzioni chiave: la cura della relazione di fiducia con accompagnamenti prolungati nel tempo e l’inserimento attivo nelle comunità, costruendo reti di sostegno e di reciprocità. Tra gli aspetti più complessi da affrontare della povertà ci sono proprio la solitudine e la mancanza di una rete sociale di supporto. Se quest’ultima manca, non possono bastare aiuti materiali, che sono però indispensabili. Su questo specifico tema, noi ci siamo attivati prima con un fondo e poi con un progetto più ambizioso denominato Futuro Prossimo che punta a supportare progetti di comunità rivolti ai minori».

Il Rapporto segnala il ritorno di sentimenti di aporofobia: la paura per la povertà o per poveri, che può essere anche interpretata come la ripugnanza o l’ostilità davanti al povero o all’indifeso. Dal vostro punto di osservazione quanto sono forti questi sentimenti nella realtà Reggiana?

«Il sociologo Abdelmalek Sayad ha coniato, relativamente all’immigrazione, il concetto di “funzione specchio”: i migranti, con la loro sola presenza, ci portano a rivelare chi siamo, cosa pensiamo e cosa desideriamo. Ecco, credo che questo concetto possa essere traslato sulla povertà: i poveri ci spaventano perché ci interrogano su chi siamo come comunità, su cosa desideriamo, su quali sono i nostri valori. E non è sempre facile rispondere a queste domande, soprattutto nella moderna società dei consumi in cui è il possesso a qualificarsi e denaro e mercato sono diventati regolatori delle nostre vite. Rispetto al nostro territorio, però, mi sento di dire che sono prevalenti sentimenti di solidarietà verso chi è in difficoltà. Noi tutti i giorni vediamo accadere dei piccoli miracoli: ad esempio, le nostre mense sono aperte 365 giorni all’anno e sono portate avanti grazie ad uno straordinario e incessante lavoro di volontari, persone normali che scelgono di dedicare tempo agli altri e così facendo costruiscono legami di fiducia, che sono l’unico antidoto alla paura. La povertà può fare paura ma se ci apriamo all’incontro con l’altro con un nome, un volto ed una storia, ecco che la paura lascia spazio all’empatia».




 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google