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Aceto balsamico sempre più vicino all’ambito riconoscimento Unesco

Aceto balsamico sempre più vicino all’ambito riconoscimento Unesco

Il Ministero della Politiche agricole lo ha inserito nell’Inventario nazionale del patrimonio agroalimentare italiano

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Reggio Emilia Il Ministero delle Politiche agricole e forestali ha inserito l’Aceto balsamico tradizionale nell’Inventario nazionale del patrimonio agroalimentare italiano (Inpai) come elemento de "La tradizione del balsamico tra socialità, arte del saper fare e cultura popolare dell’Emilia centrale". Si tratta di una tappa fondamentale per ottenere il parere favorevole della Commissione nazionale Unesco.

Era infatti il 2019 quando, nel corso del 53esimo Palio di San Giovanni, il Gran Maestro della Consorteria del Balsamico Tradizionale di Spilamberto Maurizio Fini propose - lanciando un appello all’intero territorio, alle istituzioni e a tutte le realtà interessate - di lavorare insieme a un obiettivo che allora pareva ambizioso: il riconoscimento da parte dell’Unesco della tradizione e della cultura legate al Balsamico. Da allora si è sviluppato un percorso verso la presentazione della candidatura a Patrimonio Immateriale dell’Umanità dell’Unesco che ha visto la Consorteria dell’Aceto balsamico Tradizionale di Spilamberto (Mo) e la Confraternita dell’Aceto Balsamico Tradizionale Aps di Scandiamo (Re) avanzare al Ministero la proposta di iscrizione.

L’Inpai - lo ricordiamo - è stato istituito dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali nel 2017 presso il Dipartimento delle politiche competitive della qualità agroalimentare, della pesca e dell’ippica per individuare, catalogare e documentare gli elementi culturali afferenti alle tradizioni agroalimentari di eccellenza italiane e dar loro massima visibilità a livello nazionale e internazionale.

«Un ulteriore passo verso un riconoscimento dell’aceto balsamico tradizionale come patrimonio immateriale Unesco, arricchendolo non solo di un ulteriore valore economico e commerciale ma soprattutto andando a metterne in luce il suo valore sociale, culturale, territoriale e di comunità». Così l’assessore regionale all’Agricoltura, Alessio Mammi, ha commentato l’importante passo avanti compiuto con l’iscrizione, la quale riconosce che l’aceto balsamico tradizionale riveste un significato profondo per i territori di Modena e Reggio Emilia, una tradizione che risale al medioevo e, nel suo tramandarsi nel corso dei secoli, è diventata corredo culturale e identitario dei territori. «Si tratta di una consuetudine talmente radicata - aggiunge Mammi - da far sì che siano migliaia le famiglie nei nostri territori che dispongono di una batteria di botticelle per la produzione d’aceto, magari acquistata per celebrare la nascita di qualche bambina o bambino, di modo che la qualità del prodotto nelle botti potesse crescere in parallelo con il proprietario, che si ritrova nell’età adulta un vero e proprio tesoro a disposizione, un patrimonio unico».

A spiegare come si è arrivati a questo importante passo avanti è Giuseppe Ambrosio, Consigliere Ministeriale con funzioni di alta consulenza presso il Mipaaf. «La proposta di quella che è di fatto un’eccellenza italiana è stata presentata in prima battuta alla Commissione Nazionale italiana Unesco, che è un organismo del Ministero degli Esteri presso il quale siedono le amministrazioni interessate - inquadra Ambrosio - un’accelerazione è arrivata in questi giorni con il gruppo di lavoro Unesco del Ministero che ha espresso all’unanimità parere favorevole all’iscrizione della tradizione del Balsamico nell’inventario nazionale del patrimonio agroalimentare italiano. La Commissione assegna l’istruttoria della candidatura presentata a un’amministrazione referente, che nel caso della tradizione del Balsamico è probabile possa essere il nostro Ministero, e poi viene effettuata l’istruttoria. Dopodichè, una volta all’anno, alla fine del mese di marzo, l’Italia può presentare una candidatura all’Unesco per un prodotto immateriale. Nel caso del Balsamico, anche se il prodotto di riferimento è qualcosa di materiale, l’elemento di cui si chiede il riconoscimento è un elemento immateriale e cioè la tradizione secolare del Balsamico, che affonda le radici nella cultura delle genti emiliane».L’Emilia-Romagna, cuore agroalimentare del Paese, vanta attualmente il primato tra le regioni italiane per numero di prodotti riconosciuti con la qualifica di Dop e Igp: in totale sono 44 (19 Dop e 25 Igp) le produzioni agroalimentari già in possesso della certificazione europea, a cui vanno aggiunti tutti i vini (30 le Dop e Igp riguardanti produzioni vitivinicole).

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