Gazzetta di Reggio

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Femminicidio di via Patti

Disposta la perizia psichiatrica sull'assassino di Juana Cecilia: «Ballava dopo l’omicidio»

Ambra Prati
Disposta la perizia psichiatrica sull'assassino di Juana Cecilia: «Ballava dopo l’omicidio»

I colleghi: «Scherzava e cantava». Una testimone: «Così riuscii a evitare il peggio»

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Reggio Emilia «Il mattino seguente il delitto, in ufficio di buon’ora, Mirko Genco era allegro: accendeva la musica, cantava e ballava». Questo il particolare riferito dai colleghi di Mirko Genco, il parmigiano di 25 anni ieri alla sbarra davanti alla giuria popolare della Corte d’Assise per il femminicidio di Juana Cecilia Hazana Loayza, 34 anni, peruviana, madre di un bimbo di un anno e mezzo. La giovane – che aveva sporto due denunce per stalking – è stata uccisa nella notte tra il 20 e 21 novembre 2021 nel parco di via Patti: strangolata, stuprata, poi il taglio alla gola con il coltello che l’assassino era andato a prendere nell’appartamento di via Melato, dove dormivano la madre e il figlio di Cecilia.

Genco, detenuto da allora per omicidio pluriaggravato e violenza sessuale aggravata, è reo confesso e rischia l’ergastolo. Nell’udienza fiume sono stati una decina i testimoni dell’accusa. Luciano Carlotta, amico e datore di lavoro di Genco (che vendeva contratti porta a porta): «Quel sabato Mirko aveva pantaloni e scarpe sporche di terra. Con una borsina si è cambiato nel bagno dell’ufficio. Nel suo atteggiamento nulla di strano, anche se si vedeva dagli occhi che aveva bevuto». Il collega Ciro Roberto Longo ha detto che Mirko «era fissato» con Cecilia. Quella mattina «alle 8 era già in ufficio, di solito arrivava più tardi. Ho notato le ginocchia sporche e ho fatto delle battute, del tipo chissà cos’hai fatto stanotte. Mirko ha scherzato poi ha acceso la radio. Quando, due ore dopo, ho saputo quanto accaduto mi è venuto in mente di andare a vedere i pantaloni nella borsina: c’erano due macchie di sangue». Le minacce di morte sono state confermate da un ex collega, Davide Bryan Stevanoni. «Una settimana prima guardavamo un video sul femminicidio. Genko ha detto: “Un po’ come Cecilia, se la prendo la ammazzo”». E poi le donne di Genco chiamate a testimoniare: dalla romena terrorizzata ma ( irreperibile) che lo denunciò per stalking alla moglie albanese Sabrina Hardhija, che andò a convivere a Parma ritrovandosi in un curioso “triangolo” domestico con un’ucraina e con un’altra fiamma. «Mirko beveva, era spesso ubriaco, me ne andai».

La galleria di figure femminili accomunate dalle stesse caratteristiche (straniere, sole, senza legami, in difficoltà economiche) conosce un’unica eccezione. Annamaria Marino conosce Genco nel 2016, appena trasferita a Parma: scambio di messaggi, una cena e una notte insieme. «Il rapporto, all’inizio consenziente, poi mi ha dato fastidio: lui si è spinto troppo oltre. Gli ho detto più volte di smetterla, ma lui ha continuato. Non volevo più vederlo. Ma lui insisteva, mi insultava, si appostava sotto casa: era un’angoscia. La sera del 26 febbraio voleva entrare a tutti i costi, ma io chiamai il 112 e mentre continuava a telefonare gli passai il poliziotto: non credeva che facessi sul serio. Ai video, sms, e vocali non ho più risposto. Poi ho letto del delitto».

Per bilanciare le aggravanti e scongiurare il massimo della pena, l’avvocato difensore Alessandra Bonini non può far altro che giocarsi la carta della seminfermità. Difatti nel tardo pomeriggio, quando il consulente della difesa Giuseppe Cupello ha parlato di «elevata possibilità che l’imputato sia affetto da un disturbo psichiatrico» e ha sollecitato la Corte a disporre una perizia, è stata subito battaglia. La difesa ha colto la palla al balzo, l’accusa e le parti civili si sono opposte. La Corte, dopo 40 minuti di camera di consiglio, ha accolto l’istanza difensiva e disposto la perizia psichiatrica nominando il dottor Renato Ariatti, che giurerà il 4 novembre.

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