Ex Br, sulla morte di Mara Cagol saranno sentiti Paroli e Casaletti
Nuove indagini sul sequestro Gancia che costò la vita anche al carabiniere D’Alfonso. Si cerca un brigatista che fuggì. L’ex Sismi Seno: «Potrebbe essere Lauro Azzolini»
Reggio Emilia Ci sono anche i reggiani Loris Tonino Paroli e Attilio Casaletti nell’elenco degli ex brigatisti chiamati a testimoniare nella nuova inchiesta che ha segnato una svolta nelle indagini sul conflitto a fuoco in cui morirono la brigatista Margherita “Mara” Cagol, moglie di Renato Curcio, e l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso. È uno dei tanti misteri che gli Anni di Piombo si portano dietro. Dopo quasi mezzo secolo di indagini, un libro verità e fiumi d’inchiostro, i carabinieri sono vicini a mettere le mani sul misterioso brigatista sparito nel nulla il giorno della liberazione di Vittorio Vallarino Gancia, l’uomo che 24 ore prima aveva rapito il re dello spumante con Mara Cagol, moglie dell’ideologo delle Br morta nello scontro a fuoco in cui perse la vita anche l’appuntato dei carabinieri.
I reperti
Nei giorni scorsi i militari del Ros hanno già interrogato a Milano alcuni ex appartenenti alle Br. Loris Tonino Paroli e Attilio Casaletti dovrebbero essere sentiti il 7 novembre a Torino. Le loro testimonianze, insieme ai nuovi accertamenti del Ris di Parma sui reperti raccolti 47 anni fa, potrebbero dare un nome a chi partecipò a quello che è passato alla storia come il primo sequestro di persona a scopo di autofinanziamento operato dalle Br. Nel dettaglio, gli accertamenti riguarderebbero Dna, reperti balistici e altro materiale ritrovato nel casolare di Melazzo, in provincia di Alessandria, dove il 5 giugno 1975 era stato individuato e liberato l’imprenditore Vittorino Gancia.
Sotto la lente degli investigatori anche la macchina per scrivere che sarebbe stata usata dal brigatista mai identificato per comporre uno dei documenti di rivendicazione, poi trovato nel covo di via Maderno a Milano nel gennaio 1976 dove furono catturati Curcio e Nadia Mantovani.
Lo scontro a fuoco
Era il 5 giugno 1975 quando lo scontro a fuoco tra i terroristi e i militari trasformò in un campo di battaglia lo sterrato attorno alla cascina “Spiotta” di Arzello, una frazione del comune di Melazzo, nell’Alessandrino.
Margherita Cagol, nome di battaglia “Mara”, a soli trent’anni aveva già preso parte al sequestro del giudice Mario Sossi e all’assalto al carcere di Casale Monferrato, sempre nell’Alessandrino, da cui venne fatto evadere Curcio, sposato nel 1969.
Figlia di una famiglia borghese e cattolicissima, brillante studentessa all’Università di Trento, dove si laureò in Sociologia con il massimo dei voti e dove conobbe Curcio, col marito fondò nel 1970 le Brigate Rosse, di cui divenne subito una “capocolonna”.
«Che abbia voluto l’organizzazione armata quanto me, se non più di me, è un fatto», disse Curcio qualche anno più tardi. Secondo gli studiosi, la morte della donna favorì, per le sue circostanze non del tutto chiare, l’accentuarsi della radicalità e della violenza del gruppo armato.
L’esposto
Scoprire chi partecipò a quell’azione armata, nella quale i brigatisti tentarono di farsi largo tra i carabinieri anche con le bombe a mano, non ha però solo valore storico. Per Bruno D’Alfonso, carabiniere figlio dell’appuntato morto sotto i colpi della Cagol e del terrorista misterioso, è sì «una questione di verità storica», ma anche «di giustizia, per onorare la figura di un eroe che diede la vita per le istituzioni». Un caso sul quale un anno fa ha presentato un esposto che ha fatto riaprire alla procura di Torino le indagini – affidate ai carabinieri del Ros e coordinate dai magistrati del pool sul terrorismo e dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo – ora vicine ad una svolta. L’ipotesi di Bruno D’Alfonso è che a sapere qualcosa di quello che è accaduto siano «i vertici delle Br dell’epoca, come Mario Moretti, Lauro Azzolini, Roberto Bonisoli o la stessa Nadia Mantovani».
La fuga
Il giorno della morte di Cagol, l’unico a rimanere illeso tra i carabinieri era stato l’appuntato Pietro Barberis. Il tenente Umberto Rocca, preso in pieno da una bomba a mano, perse un braccio e un occhio, mentre il maresciallo Rosario Cattafi, investito dalle schegge, rimase ferito. D’Alfonso, che era appena stato trasferito in Piemonte, morì in ospedale dopo alcuni giorni di agonia, colpito secondo le testimonianze dei colleghi, dalla stessa Cagol.
L’altro dei due brigatisti, riuscì invece a fuggire verso il bosco. E a sparire nel nulla. Secondo una deposizione di Rocca, aveva uno spiccato accento emiliano. Nel corso degli anni si sono fatte varie ipotesi sulla sua identità.
«Mi aspetto che venga fuori il nome del brigatista fuggitivo, che ancora oggi manca all’appello», ha spiegato Bruno D’Alfonso.
I reggiani
Il 5 giugno 1975, giorno del conflitto a fuoco, Loris Tonino Paroli, che aveva il nome di battaglia “Pippo”, era in carcere. Fece parte del cosiddetto Nucleo storico, quelli “dell’appartamento” di Reggio Emilia, con Alberto Franceschini e Prospero Gallinari. Nell’aprile 1975, era stato infatti catturato dalla polizia a Torino mentre rubava un’automobile, e condannato a 16 anni di carcere per costituzione di banda armata, associazione sovversiva e per aver partecipato alla liberazione di Curcio nel 1975 dal carcere di Casale Monferrato. In carcere, Paroli cominciò la sua attività di pittore. Attilio Casaletti, invece, venne arrestato il 30 settembre 1975 dopo uno scontro a fuoco con i carabinieri alla periferia di Milano.
L’ex Sismi
Secondo un’intervista rilasciata al Il Giornale da Luciano Seno, alto ufficiale dei carabinieri e poi del Sismi, che nel 1975 era l’uomo di punta della squadra del generale Dalla Chiesa, il fuggitivo a cui ora si vorrebbe dare un volto potrebbe essere il reggiano Lauro Azzolini, uno dei due brigatisti che nel 1977 gambizzarono Indro Montanelli: «Adesso si è arrivati a identificare Azzolini. Come fisionomia e statura direi che corrisponde. Ma a quarantasette anni di distanza dai fatti avere delle certezze rischia di essere molto difficile».
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