Inchiesta sulla morte di Mara Cagol Sentito Bonavita, fondatore delle Br
Nel mirino il reggiano Azzolini: non ha ricevuto atti e non è stato interrogato
Reggio Emilia Si sta scavando a fondo nella storia delle Brigate rosse nella nuova inchiesta (l’ipotesi di reato è strage, accusa imprescrittibile) sul conflitto a fuoco in cui morirono la brigatista Margherita “Mara” Cagol, moglie di Renato Curcio e l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, mentre un secondo brigatista riuscì a scappare.
Gli inquirenti sono convinti di poter dare un nome a quel terrorista sfuggito, ma non avrebbero ancora elementi sufficienti per dire che si trattava del reggiano Lauro Azzolini (ora 79enne) che – risulta alla Gazzetta – sinora non è stato raggiunto da nessun provvedimento giudiziario e nemmeno è stato interrogato da chi porta avanti l’indagine che è coordinata dalla Procura di Torino e dalla Procura nazionale antiterrorismo, con il coinvolgimento dei carabinieri del Ros. Interrogatori che però sono entrati nel vivo fra gli ex brigatisti per capire se erano stati informati dell’operazione che finì nel sangue il 5 giugno 1975 nello sterrato attorno alla cascina “Spiotta” di Arzello, una frazione del comune di Melazzo, nell’Alessandrino.
Ed è già stato sentito uno dei fondatori del gruppo terroristico che proprio con Mara Cagol (insieme pure al reggiano Prospero Gallinari e Renato Curcio) diede vita alla colonna torinese delle Brigate rosse. Stiamo parlando di Alfredo Bonavita, nato ad Avellino, operaio elettrotecnico. Non ha mai ucciso, non ha mai ricevuto alcun beneficio di legge, ha scontato 14 anni di carcere. Non è certo un pentito o un dissociato delle Br, visto che pubblicamente affermò – durante la presentazione di un libro sul sequestro Moro – che «se potessi tornare indietro mi ritroverei a fare le stesse cose perché in quel momento credevo di fare davvero qualcosa per il proletariato, rimango comunque comunista».
Gli interrogatori proseguiranno il 7 novembre con due ex brigatisti reggiani. Loris Tonino Paroli – ora 78enne, al tempo con il nome di battaglia “Pippo” – il 5 giugno 1975, giorno del conflitto a fuoco, era in carcere.
Fece parte del cosiddetto nucleo storico, quelli “dell’appartamento” di Reggio Emilia, con Alberto Franceschini e Prospero Gallinari. Nell’aprile 1975, era stato catturato dalla polizia a Torino mentre rubava un’automobile, e condannato a 16 anni di carcere per costituzione di banda armata, associazione sovversiva e per aver partecipato alla liberazione di Curcio nel 1975 dal carcere di Casale Monferrato. In carcere, Paroli cominciò la sua attività di pittore. Contattato negli ultimi giorni dai giornalisti, Paroli ha sostanzialmente detto di non sapere nulla della vicenda («Mi interessavo solo degli operai Fiat») e in più ha sottolineato che era in carcere.
Sarà interrogato anche Attilio Casaletti che, come Paroli vive pure lui a Reggio Emilia ed ora si dedica al volontariato. Venne arrestato il 30 settembre 1975 dopo uno scontro a fuoco con i carabinieri alla periferia di Milano. Entrambi saranno assistiti in Procura a Torino dall’avvocato Vainer Burani.
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