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Le meraviglie di Palazzo Masdoni sede storica del Pci

Luciano Salsi
Le meraviglie di Palazzo Masdoni sede storica del Pci<br>
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Il partito lo vendette nel 1991. Ora riapre dopo un lungo restauro

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Reggio Emilia Il palazzo Masdoni, restaurato nel corpo centrale, ha ritrovato tutta la sontuosità scenografica delle origini. In tale veste si ripropone ai molti reggiani che vi avevano messo piede fino al 1991, quando era la sede della federazione provinciale del Partito comunista, e lascia a bocca aperta i meno attempati, che l'hanno scoperto sabato 22 ottobre, quando l'architetto Paolo Bedogni, curatore del restauro scientifico conservativo, ha guidato un centinaio di visitatori ad ammirarne i fastosi spazi interni. Era chiuso da trent'anni e negli ultimi sette vi hanno operato le maestranze specializzate sotto il controllo della Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici. I ponteggi sono stati rimossi dalla facciata cinque anni fa, ma il lavoro più delicato e certosino era ancora da fare. L'esito è stato mostrato a quel numero limitato di persone che s'erano prenotate per le due visite organizzate dal Comune, dai Musei civici e dall'associazione Dimore storiche nell'ambito della giornata di presentazione dell’Architettura dipinta del centro storico, dedicata anche ai palazzi Guicciardi, sede del Credem, e Panciroli-Trivelli, tra corso Garibaldi e via Farini.

L’ex-sede del Pci risale all’inizio del Settecento, quando il celebre architetto reggiano Giovanni Ferraroni detto Brigo intervenne sulla dimora quattrocentesca dei Masdoni, ampliandola e adattandola agli stilemi del tardo barocco. Il palazzo appartenne poi dal 1796 ai Toschi e nell’Ottocento ai Rocca Saporiti. Varcato il portale d’ingresso da via Toschi, si è impressionati dalla grandiosa raffinatezza del cortile d'onore, oltre il quale si scorgono il giardino e in fondo un falso affresco “trompe l'oeil”. Al centro un pozzo recuperato. Si sale l'imponente scalone dotato di tribuna e loggiato, decorato con stucchi e statue. «Tra le colonne, dietro le balaustre – riferisce Bedogni – abbiamo trovato dipinti di finte architetture che erano stati occultati con vernici lavabili. Li abbiamo riportati alla luce. Inoltre abbiamo recuperato gli stemmi della famiglia con torre e aquila e il marchio AM, che sta per Ave Maria. La maestria dei restauratori, eredi della grande tradizione reggiana della Cooperativa pittori, ha consentito di ripristinare in tutti gli ambienti la tavolozza delle cromie settecentesche. Ogni stanza ha un colore diverso».

Alla sommità dello scalone si è sovrastati dalle allegorie della pittura e della scultura e dalla raffigurazione di Ercole che uccide l'idra, opera del bolognese Antonio Schiassi. La veranda veniva usata come sala da collezione. Vi erano otto busti di matrone e personaggi dell’antica Roma, che vi saranno ricollocati dopo il restauro. Fra le sale spicca quella della Musica, conformata come un teatro con un ordine di palchetti veri e uno finto, il cui soffitto si eleva nella torretta profilata sul tetto. Prospero Zanichelli è l’autore delle decorazioni.

«L’impronta aristocratica – sottolinea Bedogni – è visibile nella teatralità. Le famiglie patrizie la coltivavano insieme alla devozione liturgica, avendo spesso dei prelati fra i propri membri. I Rocca Saporiti hanno avuto il vescovo e vicario Guido e il vicario Gaetano. Fra le stanze del palazzo abbiamo individuato quella che era adibita a cappella».

L’apertura del cantiere è stata preceduta da un attento studio dei documenti d’archivio e delle mappe antiche, che ha permesso, fra l’altro, di delineare la portata dell’ultimo intervento rilevante, compiuto nel 1905 dall’architetto bolognese Edoardo Collamarini. «Mi sono avvalso – spiega Bedogni – anche di una fotografia precedente e di un piccolo affresco conservato in un locale adibito dal Pci alle proiezioni, oltre che dei disegni tratteggiati nel 1772 per una suddivisione dell’edificio. Ne risulta che l’attuale facciata è stata modificata dal Collamarini enfatizzandone le linee in senso neoclassico. Vi è stato aggiunto lo smusso che sporge verso l’esterno il segmento centrale con il portale maestoso. Il cornicione è stato raddoppiato». Nel 1991 il Pci vendette il palazzo alla società per azioni Gonzaga, che ne recuperò e lottizzò la porzione destra. Il resto fu comprato dall’avvocato reggiano Giovanni Bertolani insieme al figlio Giorgio. Il restauro appena concluso non ha toccato il lato sinistro confinante con via Don Zeffirino Jodi. Ha interessato invece il corpo centrale, da via Toschi a via San Filippo, comprese le scuderie da cui sono stati ricavati diversi alloggi. Nella parte nobile l’aggiunta dei servizi igienici accessibili anche ai disabili, l’eliminazione delle barriere architettoniche e l’installazione degli impianti più moderni ed efficienti si sono dovute conciliare con la rigorosa conservazione delle strutture originarie, compresi i pavimenti. «Abbiamo usato – spiega Bedogni – i canali esistenti per fare passare i tubi e abbiamo portato nel sottotetto le pompe di calore».

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