Mara Cagol, sulla strage c’è una relazione delle Br
Il documento venne trovato nell’ultimo rifugio di Curcio
Reggio Emilia Un documento che contiene – con indicazioni criptate rimaste sinora senza soluzione – un resoconto sul conflitto a fuoco che marchiò di sangue (morirono la brigatista Mara Cagol e il brigadiere dei carabinieri Giovanni D’Alfonso) nel giugno ’75 il sequestro dell’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia.
È il materiale trovato il 18 gennaio ’76 nel covo di via Maderno a Milano, quello in cui si erano nascosti Renato Curcio (fra i fondatori delle Br) e la sua nuova compagna Nadia Mantovani. Proprio in quell'appartamento finì la loro latitanza. Tra le carte, i carabinieri trovarono anche una relazione sui fatti della cascina piemontese “Spiotta”(in cui era stato tenuto sotto sequestro Gancia) stilata dal brigatista che era scappato. Pagine importanti, come dice l'avvocato Sergio Favretto, perchè si trattava di una "memoria" sull'accaduto destinata ai vertici delle Br dell'epoca.
Oltre al documento, tracce utili ad identificare quella che per anni è sempre stata un'ombra potrebbero arrivare proprio dall'analisi della macchine da scrivere: l'ombra a cui si dà la caccia da anni avrebbe pigiato su quei tasti per comporre la relazione di molte pagine. Da questi e altri reperti dell'epoca i carabinieri del Ris, con le loro analisi più sofisticate, sono riusciti ad estrapolare un profilo genetico e un’impronta digitale, che all’epoca erano sfuggiti anche per le carenze tecnologiche. I nuovi indizi dovranno essere ora comparati con i profili archiviati nei database delle forze dell’ordine per arrivare a identificare a chi appartengano. Ma la scoperta delle tracce biologiche non è stato l’unico elemento di novità dell’inchiesta.
Il pm Ciro Santoriello e l’aggiunto Emilio Gatti hanno infatti sentito almeno 4 ex brigatisti, tra cui proprio Massimo Maraschi. Il 4 giugno 1975, giorno del rapimento di Vallarino Gancia, l'ex brigatista allora 22enne è rimasto coinvolto in un incidente stradale proprio nei pressi della villa Camillina a Canelli in cui viveva l'imprenditore. Il suo atteggiamento frettoloso aveva insospettito le persone con cui si era scontrato in auto che avevano chiamato i carabinieri. E quando i militari lo avevano raggiunto aveva una Beretta 765 con il colpo in canna. Portato in caserma, si era dichiarato prigioniero politico.
É stato l'unico ad essere condannato per il rapimento Gancia. «Rileggendo le sentenze e gli atti, vedendo quello che è stato fatto e che non è stato fatto nel corso degli anni – sottolinea all’agenzia La Presse chi ha presentato l’esposto, cioè Bruno D'Alfonso, figlio del brigadiere ucciso – ho notato diverse anomalie». L’esposto come innesco della nuova indagine.
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