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San Martino in Rio

«Mio figlio Marco è innocente. Non l’ha ammazzato lui il padre»

Ambra Prati
«Mio figlio Marco è innocente. Non l’ha ammazzato lui il padre»

Marco Eletti, 32 anni, rischia l’ergastolo: è accusato di avere ucciso il papà e del tentato omicidio della mamma. La madre Sabrina in aula: «Tutto questo mi sembra ingiusto»

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San Martino in Rio «Marco». Lo ha chiamato ad alta voce, la madre Sabrina Guidetti, prima dell’inizio dell’udienza, per attirare la sua attenzione. E per salutarlo a distanza. Un gesto d’affetto notevole, visto che Marco Eletti – arrivato con oltre un’ora e mezza di ritardo all’apertura dell’attesa Corte d’Assise – è alla sbarra per l’efferato delitto del 24 aprile 2021 a San Martino in Rio.

Nell’abitazione di famiglia il 32enne grafico con aspirazioni letterarie dapprima avrebbe stordito la madre con una massiccia somministrazione di benzodiazepine, per poi tagliarle le vene; poi avrebbe ucciso il padre Paolo Eletti, 58 anni. L’imputato deve rispondere di omicidio pluriaggravato del padre, straziato con diverse martellate, e di tentato omicidio della madre. Per il primo capo d’imputazione l’accusa contesta le aggravanti dei futili motivi, della premeditazione e dell’uso di sostanze venefiche (l’aggravante della parentela è caduta in sede di udienza preliminare, quando si è scoperto tramite l’esame del Dna che Paolo non era il padre naturale): il 32enne rischia l’ergastolo. Ed è ovvio che la partita si giocherà quasi per intero sulle aggravanti.

L’apertura del processo davanti ai giudici popolari – che si preannuncia con un ritmo serrato, visto che sono un’ottantina i testimoni citati dall’accusa – ha visto l’aula piena di persone. Tra questi, diversi familiari, in silenzio e addolorati, che hanno parlato solo con Sabrina. Nessuno, però, si è costituito parte civile, contrariamente a quanto ci si sarebbe potuti aspettare. Il motivo è evidente nelle parole della stessa madre, che negli ultimi mesi non è mai mancata a una visita nel carcere di Reggio (con il figlio non può parlare del processo). «Sto migliorando – ha detto Sabrina Guidetti, tenendosi il braccio ancora dolorante –. No, non ricordo nulla di quel giorno. Tutto questo mi sembra ingiusto: considero Marco innocente al cento per cento». Citata come testimone chiave sia dall’accusa, sia dalla difesa, la madre sa bene da che parte stare, tant’è che nemmeno lei, unica sopravvissuta, si è costituita parte civile. «Il doppio ruolo come teste può accadere – ha spiegato l’avvocato Claudio Bassi, che la assiste –. Ovvio che il racconto della signora sarà il medesimo; la differenza la faranno il contesto e le circostanze», oltre all’abilità delle controparti. Per quanto riguarda l’accusa, il pm Piera Giannusa si è attenuta al corposo faldone sul suo tavolo e all’uso che intende farne. Dopo essersi opposta alla richiesta del rito abbreviato avanzata per la seconda volta dai codifensori di Eletti (avvocati Noris Bucchi e Luigi Scarcella) – richiesta respinta dalla Corte presieduta dal giudice Cristina Beretti («Non è in alcun modo possibile accettare la richiesta di rito abbreviato») – l’accusa ha esposto «la corposità della lista testimoni»: un’ottantina tra tecnici e addetti ai lavori da una parte e familiari, amici e conoscenti dall’altra. Una corposità motivata dall’indagine, minuziosa e dettagliata. «Durante l’indagine sono state eseguiti parecchi accertamenti: una perizia fonica, una perizia chimica (sulle sostanze trovate in casa), una perizia biologica (sulle tracce ematiche sui vestiti dell’imputato e non solo) – ha dichiarato il pm Giannusa –. Per la prima volta in Italia abbiamo fatto ricorso al Racis, il nucleo dell’Arma che analizza la personalità dell’imputato e il contesto famigliare in cui è cresciuto». E ancora «una ricostruzione in 3D della scena del delitto» eseguita dal Ris dei carabinieri. Sul fronte testimoni, il pm Giannusa intende procedere in ordine cronologico, partendo da quel maledetto giorno e dalle prime persone che sono entrate sulla scena del delitto: «I carabinieri del Nucleo operativo di Reggio, i sanitari della «Croce Rossa, il medico del 118, i vigili del fuoco (per il principio d’incendio in casa). Poi amici e colleghi di Eletti «per la ricerca sulle benzodiazepine e sui veleni, risultanti dai dispositivi informatici e dal chimico interpellato dall’imputato sugli effetti delle sostanze narcotizzanti: l’imputato sapeva del concreto pericolo di vita per la madre», da ascoltare in udienza assieme alla fidanzata dell’epoca dell’imputato».

Infine, ha proseguito il pm Giannusa, «una serie di acquisizioni documentali che verranno mostrate a questa corte». Fondamentale, secondo l’accusa, «l’esame dell’imputato, che quella notte rilasciò una lunga deposizione videoregistrata».

Una mole sterminata di elementi probatori da far rivivere in un percorso dibattimentale alquanto impegnativo. E il fattore tempo è stato il primo pensiero della presidente Beretti che, affiancata dal giudice Matteo Gambarati, ha subito approntato un calendario serrato che nulla concede alle festività natalizio. Prossime udienze il 9 dicembre, il 23 dicembre e il 13 gennaio. 


 

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