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Il giallo di Novellara

Caso Saman, la testimonianza: «Quello era un convento, poi divenne un caseificio»

Alessandro Cagossi
Caso Saman, la testimonianza: «Quello era un convento, poi divenne un caseificio»

Un anziano ieri sul luogo del ritrovamento in strada Reatino

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Novellara Ieri, complice la giornata di sole, tanta gente di Novellara e proveniente anche da paesi limitrofi si è diretta a piedi, in auto e in bicicletta verso quel rudere di Strada Reatino per vedere coi propri occhi il luogo dove si sta scavando per riesumare il cadavere trovato sotto il pavimento che, anche in base alle novità emerse ieri, dovrebbe essere di Saman Abbas, la 18enne scomparsa un anno e mezzo fa.

Un altro elemento che ha suscitato la curiosità erano le numerose troupe televisive accorse sul luogo per documentare, su scala nazionale, il ritrovamento dei resti della 18enne di origine pakistana.

Da una distanza di sicurezza – a nessuno è permesso di avvicinarsi troppo, il luogo è costantemente piantonato dai carabinieri – un 82enne di Campagnola, intento a osservare il rudere, racconta di esserci stato dentro da giovane: «Era un edificio di pregio, fatto molto bene. In passato era un convento, c’era anche una cappella con l’acquasantiera per la preghiera. Poi è stato trasformato in caseificio. Tanti sono stati i proprietari di quell’edificio, così come le famiglie che vi hanno abitato. Da qualche decennio è andato in malora. Il nome che tutt’ora è rimasto impresso a quel fondo è “Peloia”, dal nome di un proprietario mantovano del passato. Pensare che quel luogo sia stata la tomba di Saman per oltre un anno e mezzo mi fa venire i brividi».

Anche in piazza a Novellara, ieri mattina, la gente non parlava d’altro, anche se era poca la voglia di rilasciare dichiarazioni. Tutti hanno condannato, nelle loro riflessioni, la mentalità dei genitori di Saman Abbas, che non solo le hanno impedito di essere felice, ma le hanno anche tolto la vita.

In tanti si interrogano se ci siano altre ragazze che stanno vivendo una vita da incubo come quella di Saman, auspicando che siano in tanti, tra gli immigrati pakistani, a pensarla diversamente dal clan Abbas. Pur nella consapevolezza che nessuno riporterà mai più in vita Saman, in molti esprimono un senso di sollievo e liberazione sul ritrovamento del cadavere, come un momento di giustizia resa, seppur postuma, nei confronti della ragazza.

Ma sul piano criminale architettato dalla famiglia, la piazza si è divisa in due: da una parte, c’è chi sostiene di essere di fronte a «un piano tanto banale quanto complesso allo stesso tempo, che ha tenuto sotto scacco gli inquirenti per un anno e mezzo». Altri ritengono invece che, con l’arresto di quattro dei cinque imputati, il processo che inizierà a febbraio a loro carico e il ritrovamento del corpo, si sia trattato di «un piano banale. E infatti si è visto come è andata a finire…».

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