I legali di Omar Costi all’attacco: «Accuse a orologeria, è ingiusto»
La difesa: «Fatti del 2013 che la Dda contesta solo ora»
Reggio Emilia «La richiesta di condanna per Omar Costi è esorbitante e spropositata. Questo processo non può essere una duplicazione di Aemilia». Difese agguerrite al processo Grimilde contro la ’ndrangheta con epicentro a Brescello. Dopo la requisitoria del pm della Dda Beatrice Ronchi – che il 9 novembre scorso ha chiesto 30 anni per Francesco Grande Aracri e 16 anni e mezzo per il figlio Paolo, i principali imputati e gli unici a dover rispondere di associazione a delinquere di stampo mafioso – sono continuate ieri in tribunale le arringhe delle difese.
Gli avvocati difensori hanno chiesto l’assoluzione per nove imputati: Matteo e Roberto Pistis, Francesco Passafaro, Giuseppe Passafaro e Pietro Passafaro, Gregorio Barberio, Domenico Brugnano e Antonio Rizzo.
A seguire, i legali dei due reggiani per i quali l’accusa ha chiesto le condanne più elevate: nove anni per Luigi Cagossi, 70 anni, e per Omar Costi, 48 anni, già condannato a 8 anni e 9 mesi in Aemilia (ora è detenuto ma a breve potrà uscire, avendo scontato la maggior parte del pregresso ai domiciliari). Entrambi sono stati coinvolti nella medesima vicenda di strozzinaggio (insieme a Luigi Silipo, condannato in Aemilia) ai danni di una coppia: Cagossi come titolare della società La Cavalleria Srl, Costi per due assegni secondo l’accusa girati a Silipo.
L’avvocato difensore Claudio Mignone di Bologna ha spiegato come a inizio 2013 Cagossi, in difficoltà economiche, chiese a Silipo un aiuto.
«Cagossi è una persona semplice, di cultura modesta, che ha sempre fatto il fornaio. Silipo, soggetto scaltro e avveduto, intravede subito l’occasione: intestare La Cavalleria a un incensurato insospettabile per dare una parvenza di legalità alle sue attività illecite. Lo convince a firmare come legale rappresentante della ditta di movimentazione terra, spiegandogli che non dovrà mai occuparsene». Difatti, per la difesa, «Cagossi se ne disinteressa. A gestire tutto, in modo esclusivo, è Silipo: lo hanno testimoniato anche gli inquirenti». L’affondo: «In Aemilia la stessa procura ha escluso l’aggravante del metodo mafioso per i prestanome: perché qui no? ».
Dello stesso tenore l’arringa dei codifensori di Costi. «Il mio assistito sta pagando il suo conto con la giustizia: è padre di tre figli, che lo hanno visto otto anni ai domiciliari – ha detto l’avvocato Chiara Carletti – . Lui stesso ci ha chiesto: quell’episodio risale al 2013, perché me lo contestano adesso? Noi legali non abbiamo saputo rispondere. Quella vicenda è rimasta nel cassetto della Dda, che in Aemilia non lo utilizzò: al massimo dovrà essere considerato in continuazione con l’estorsione di Aemilia. Il giusto processo prevede un tempo giusto: non può essere una bomba a orologeria». «Il massimo rispetto per la mole di lavoro dell’accusa – ha esordito l’avvocato Vincenzo Belli – però anche la Dda può incorrere in errore e questo processo ne è la dimostrazione: rilevo gravi lacune di indagine e la volontà di richiedere pervicacemente la condanna di Costi. Nove anni, sulla base di elementi che a nostro avviso non hanno rilevanza probatoria. Non dubito che l’usura sia avvenuta: ma Costi, che compare nella fase iniziale, poi scompare. Nel periodo delle richieste estorsive non ha più contatti con Silipo. È paradossale».
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