«A Cella si vive in mezzo a Tir che transitano giorno e notte»
L’abitato asfissiato dal traffico: «Non ci fidiamo a far uscire i nostri figli» Tra marciapiedi colabrodo, sport dimenticato e «l’ecomostro dello spreco»
Reggio Emilia La visuale di Cella, dall’alto del sovrappasso, è impressionante: un fiume ininterrotto di auto e Tir. Un bisonte della strada, che passa sotto di noi sfiorando la sopraelevata, suona il clacson. «Vede? Fanno così, i camionisti: suonano per avvisare di spostarsi, per non rallentare. Suonano giorno e notte. Mio marito, originario di Scandiano, non li sopporta più». Annalisa, 43 anni, è una mamma di Cella, la frazione della via Emilia più battagliera: 3.400 abitanti che distano due chilometri da Reggio, ma che si sentono svantaggiati e che reclamano un’attenzione e una vivibilità perduta.
«Quando chiedi a qualche nuovo residente perché si è trasferito qui, la risposta è una sola: perché le case costano poco. Non esistono altre ragioni: siamo ormai un quartiere dormitorio, asfissiato da un traffico insostenibile. Non a caso il nostro biglietto da visita è l’ecomostro», cioè il sovrappasso inutilizzato da decenni, una delle aberrazioni storiche di Cella. Costruito decenni fa per far attraversare la via Emilia in sicurezza, quest’opera faraonica («sarebbe bastato un semplice ponte, come quelli sulla circonvallazione a Reggio») non è mai stata usata: ed è diventata oggetto di un braccio di ferro tra i residenti, che chiedono di smantellarlo, e le diverse amministrazioni, che rispondono picche perché costerebbe troppo. «Qualche anno fa la ditta Fontanili si era offerta di smantellarlo gratis, trattenendo i materiali, ma non se n’è fatto nulla – afferma Willer Marchetti –. Il sovrappasso è rimasto così: inutile, cadente (le arcate di legno sono marce, le viti saltate, i pannelli staccati), i pluviali rubati, in precarie condizioni igienico-sanitarie. Uno schifo».
Ci imbattiamo in Dino Morelli, un pensionato intento a pulire il sovrappasso. «Metto cartoni di legno e uso secchi d’acqua per togliere il guano dei piccioni», guano che cade giù da quello che viene definito «il ponte dello spreco».
«Quando abbiamo chiesto la presenza di un vigile urbano per attraversare ci è stato risposto che abbiamo perso il diritto, visto che un sovrappasso c’è: anche se è inutizzabile», continua Annalisa.
Il traffico è la piaga di un abitato tagliato in due e privo di semaforo. «Alla Madonnina all’angolo con via Cella all’Oldo un pezzo è stato portato via da un’auto, mentre il proprietario di un edificio lato via Bassetta ha lasciato la rete: si è stancato di rifare la recinzione, gliel’hanno abbattuta le auto troppe volte. Tutti ricordano la macchina che è piombata dentro il forno», racconta una pensionata di 67 anni.
«Mia nonna, cellese doc, è stata investita tre volte, due delle quali sulle strisce pedonali – prosegue Annalisa –. Le strisce, dipinte di rosso ma rasoterra e poco illuminate (quelle del Conad sono al buio), sono sempre un rischio. Faccio uscire le mie figlie a piedi o in bici solo se non andranno dall’altra parte: ho visto troppi incidenti».
Andare dall’altra parte, tuttavia, è spesso indispensabile, visto che il paese si è sviluppato a sud, mentre i servizi (scuole, campo sportivo, palestra) restano a nord. «A causa della viabilità pericolosa abbiamo perso molti iscritti: davvero tanti – conferma Vincenzo Vado della società Virtus Libertas –. Molti preferiscono andare Cavriago o a Pieve, piuttosto che far rischiare i bambini. L’area ha parti non accatastate ed è impraticabile per i disabili: le poche migliorìe sono state fatte a nostre spese».
I trasporti pubblici non sono il massimo. «Le corse sono frequenti, per gli studenti, ma spesso saltano e occorre aspettare il bus successivo. Senza contare che le fermate sono senza protezione, sul ciglio della strada».
In via Cella all’Oldo – che alla fine si ricongiunge con via Telesino, la strada bassa che porta a Roncocesi – si trovano le scuole elementari.
«Non c’è possibilità di tempo lungo: per quello occorre andare a Cavriago – spiegano Paola Guarnieri e Teresa Laura Castellani –. Il doposcuola Freccia Azzurra, che offriva un supporto ai bambini in difficoltà e integrazione alle mamme straniere, è stato tolto tre anni fa per insufficienza di fondi. Le mamme che incontriamo continuano a chiederci se riapriremo».
Proseguendo si arriva al campo sportivo. «Nella palestra ci piove dentro da anni. Questo è (o meglio era) il campo da tennis o pista polivalente: è distrutta. Pensavamo di riconvertirla a campo da padel: il Comune ci ha detto di no perché diventerebbe un’attività a scopo di lucro. Meglio tenerla così, con il fondo sfondato e le erbacce?».
La Virtus Libertas ha subìto di recente un ingente furto: il settimo in due anni. «Sono stati sottratti tutti i macchinari per la cura del verde. Ringraziamo i carabinieri di Bibbiano che hanno trovato, nel campo nomadi, il trattorino: almeno cureremo il campo da calcio».
Di fianco all’impianto sportivo si trova un ampio parcheggio. «Essendo buio e isolato, è diventato luogo di spaccio; spesso spaccano i finestrini delle auto per rubare. Abbiamo chiesto di installare le telecamere: niente».
Dall’altro lato la carenza di manutenzione – ben visibile sulle strade, in piazza e lungo i marciapiedi stretti e pieni di buche che costeggiano la via Emilia – viene spiegata da Enzo Bellesi e Giuliano Rinaldi, 72 e 73 anni, i volontari che «insieme a un ottantenne» curano i parchi. «Facciamo la manutenzione ordinaria, ma quella straordinaria è inesistente. Nel parco di via Caleri lampioni bruciati, panchine rotte, giochi danneggiati, vengono rimossi e mai più sostituiti. Il parco Boldini, esistente da 40 anni, è ormai poco più che un campo vuoto: è stato portato via tutto. E quando moriremo noi?».
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