Affidi illeciti, i genitori in udienza. «Siamo qui per avere giustizia»
Il racconto: «Ci hanno ridato nostro figlio dopo quattro anni da incubo»
Reggio Emilia «Saremo sempre presenti al processo. L’abbiamo vissuta troppo grossa». Un papà e una mamma di 41 e 40 anni, residenti in un comune della Val d’Enza, ieri erano tra i pochi familiari presenti alla seconda seduta del processo sui presunti affidi illeciti.
Il loro è uno dei casi pilota: il figlio è stato dato in affido nel 2016, quando aveva sei anni, per tornare a casa nel 2020, a dieci anni. È la prima volta che i genitori – che si sono costituiti parte civile tramite gli avvocati Nicola Termini di Modena e Maria Elena Guarini di Bologna – hanno accettato di raccontare la loro storia: in precedenza hanno sempre rifiutato. «Ci fidavamo e ci affidavamo ai professionisti. Poi non ci siamo fidati più di nessuno. Solo ora cominciamo a credere nella giustizia».
L’incubo, come lo definiscono i diretti interessati, è iniziato a fine 2014, quando una pedagogista della scuola materna ha fatto una segnalazione perché il bimbo toccava le parti intime a se stesso e agli altri. «La pedagogista ci ha tranquillizzato: è normale esplorarsi. Invece ci hanno fregato».
La segnalazione della scuola materna adombrava anche un disagio economico («falso, non navighiamo nell’oro ma ai nostri figli non manca nulla») e altri problemi.
«I Servizi sociali dicevano che il piccolo doveva essere seguito, che ci avrebbero supportato. Ai primi colloqui eravamo fiduciosi: pensavamo fossero lì per aiutarci».
Un primo decreto revoca la genitorialità. Un secondo decreto, a Pasqua 2016, stabiliva che il bambino dovesse essere collocato «in un contesto eterofamiliare»: una famiglia affidataria. «La relazione dei Servizi (lo abbiamo scoperto dopo) era negativa. Il peggio è che non sai di cosa ti accusano: gli atti sono secretati. Per evitare traumi sono andata io a consegnarlo a Barco – racconta la mamma –. Ovvio che non lo rifarei mai».
La mamma ha proseguito i colloqui protetti, una volta al mese, col figlio. «All’inizio piangeva, voleva tornare a casa. Dopo qualche mese è cambiato, era distaccato: aveva iniziato le sedute». Il bambino è stato affidato a una coppia di Castelnovo Monti, che tra l’altro ha sporto denuncia per presunti abusi sessuali sul minore da parte di un giovane parente. «Non si è mai capito se l’episodio sia stato reale o gonfiato. Sono bravissime persone: lo hanno fatto per proteggerlo. Adesso siamo amici, andiamo in vacanza insieme».
Nel frattempo la figura maschile è stata sempre più estromessa e denigrata: un terzo decreto, di presunti abusi agli altri due figli della coppia, ha allontanato il padre. «Sono tornato dai miei, sul divano, per due anni». Due anni in cui i coniugi le hanno provate tutte. «Ho pagato 30mila euro tra avvocati e consulenti, ho supplicato il sindaco, ho scritto a tutte le autorità: l’unico che mi ha risposto è stato Sergio Mattarella, “abbia fede nella giustizia”». La fede si è concretizzata a inizio 2019, quando i due sono stati convocati in procura: era in corso l’indagine Angeli e Demoni, scattata nel giugno 2019. «Un mese dopo è arrivato il decreto: il bimbo poteva decidere dove stare. Non ha avuto dubbi». Il momento più bello: «Quando il giudice di Bologna ci ha restituito la patria potestà: era mortificato, quasi ci chiedeva scusa». Sono passati due anni e lui sta bene. «Ha scritto la letterina a Babbo Natale: “Non ti chiedo molto, se puoi un nuovo cellulare, l’importante è restare sempre con la mia famiglia”».
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