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Dopo 11 anni cadono tutte le accuse «Cesi ostaggio della malagiustizia»

Jacopo Della Porta
Dopo 11 anni cadono tutte le accuse «Cesi ostaggio della malagiustizia»

L’ex maresciallo di Correggio assolto in via definitiva in Corte d’appello

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Correggio «Dopo 11 anni e sei gradi di giudizio, con accuse infamanti sulla mia onorabilità, sono stato assolto da tutto. Sono rimasto a vivere a Correggio, a testa alta, non sono scappato e il tempo ha dimostrato che avevo ragione».

Roberto Cesi, in pensione da poco più di un mese, è stato il comandante di Correggio per un decennio, fino al 2011, quando gli caddero in testa 27 capi d’imputazione che hanno dato vita a un procedimento giudiziario che soltanto giovedì si è concluso definitivamente di fronte alla Corte d’Appello di Bologna, dove il caso è stato discusso per ben tre volte. Nell’ultima udienza il procuratore generale ha chiesto l’assoluzione anche per gli ultimi due capi d’imputazione rimasti. Accuse di concussione relative ai lavori di ristrutturazione in caserma e al fatto che l’imputato aveva segnalato a un barista due ragazzi come persone valide da assumere, nel caso ne avesse avuto bisogno.

Cesi, a processo finito e con la libertà di parlare che gli deriva dal non essere più nell’Arma, annuncia l’intenzione di rivalersi contro chi gli ha mosso accuse infondate. «Ricostruirò tutto, dirò tutto. Non nascondo la mia soddisfazione nel vedere che le persone che hanno contribuito al mio allontanamento si trovano invischiate in certi problemi».

L’ex sottufficiale anche giovedì ha ribadito la convinzione che le sue disavventure siano motivate dal fatto che aveva iniziato ad occuparsi di En.Cor, la società poi fallita nel 2014 lasciando una voragine nei conti del Comune.

Il maresciallo ha raccontato che fece delle informative in Procura e venne aperto un fascicolo. Le responsabilità penali per quel crac non sono state accertate, mentre la Corte dei conti ha condannato due ex amministratori a pagare 6,8 milioni di euro.

Per l’avvocato Giuseppe Rossodivita, la storia di Cesi «è un caso paradigmatico di malagiustizia», che «ha tenuto in ostaggio una persona per undici anni». Dei 27 capi d’imputazione «nessuno è giunto in porto».

In primo grado, nel 2016, il maresciallo venne assolto da 26 accuse e condannato a un mese per violenza privata per aver impedito lo svolgimento di un party studentesco nel 2010. La Procura fece appello per 12 capi d’imputazione e la difesa per l’unico per il quale il militare era stato condannato (reato che poi si prescrisse).

La Corte d’appello dichiarò inammissibile il ricorso della Procura reggiana, ma la Procura generale si appellò in Cassazione, la quale dispose di ripetere il processo. I giudici di secondo grado assolsero ancora Cesi, ma la Procura generale, contestando un errore procedurale, impugnò nuovamente la sentenza.

Si è così tornati per la terza volta a Bologna, ma in questo frangente la Procura generale ha rinunciato a tutti i capi d’imputazione, tranne due, per i quali poi ha chiesto lei stessa l’assoluzione.

Quando la vicenda Cesi finì sul giornale, venne usata la definizione di “maresciallo-sceriffo”, per sottolineare il piglio deciso che aveva nell’affrontare il tema della sicurezza.

Una definizione che non offende l’ex militare. «Essere sbirro vuol dire che ti puoi sporcare le mani, a differenza di chi non fa mai niente. Quello che conta è che la mia vita è stata scandagliata e non hanno trovato niente di censurabile. Per tanta gente di Correggio sono ancora il comandante», conclude.




 

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