Hasanovic: «Siete il futuro, costruite ponti»
Il regista bosniaco sopravvissuto a Srebrenica in cattedra al Gobetti
Scandiano Nei giorni scorsi il regista bosniaco Ado Hasanovic ha portato la sua testimonianza di sopravvissuto al genocidio di Srebrenica alle classi dell’istituto scolastico Gobetti di Scandiano, con le quali sta ultimando il laboratorio di cortometraggio. Moderatrice dell’incontro è stata la professoressa Elisa Bondavalli che da anni si occupa del conflitto dei Balcani. Così, ancor prima delle parole, a scorrere davanti agli occhi dei duecento studenti che hanno affollato l’aula magna sono state proprio le immagini del suo primo corto “L’angelo di Srebrenica” (2010): primo tentativo di recuperare, attraverso l’arte, un passato la cui restituzione risulta ancora oggi dolorosa. «Vivo in Italia da 10 anni, ho frequentato il Centro sperimentale di cinematografia a Roma, volevo conoscere la grande bellezza e lasciarmi alle spalle i ricordi amari – ha confessato candidamente – ma poi mi sono accorto che questi riaffioravano a tradimento nei miei film, anche se evitavo con cura di trattare tematiche di guerra. È stato proprio attraverso la mediazione artistica, però, che a poco a poco ho imparato a conviverci, ad aprirmi e forse anche a guarire da quel trauma che non cessa di perseguitarmi con i suoi incubi».
Quando i serbi bruciarono la sua casa, il 9 maggio 1992, aveva sei anni. Allora fu costretto a trovare rifugio nei boschi, a spostarsi di villaggio in villaggio in cerca di cibo.
«Paradossalmente – ha confessato – io e la mia famiglia non avevamo paura delle granate, ma di morire di fame». Un bambino privato non solo dell’infanzia, ma anche della sua identità. «Non eravamo più nessuno, profughi senza documenti, senza un posto dove andare, costretti a bussare a porte sconosciute per mendicare un pasto o dei vestiti».
Un tema cruciale, poi, quello identitario, sul quale è ritornato più volte. «Io sono nato jugoslavo e adesso cosa sono? Bosniaco, musulmano, slavo?». Quando Ado e i suoi famigliari cercarono rifugio a Srebrenica, la città protetta dalle Nazioni Unite, il padre approfittò subito dei camion dell’Onu disponibili per caricarlo con la madre, il fratello e la sorella, affinché fuggissero. Si salutarono persuasi che mai più si sarebbero ritrovati. Le cose per fortuna andarono diversamente e riuscirono a riunirsi al termine del conflitto. «L’insegnamento più grande, forse, che mi ha lasciato mio padre è quello di non smettere di interagire pacificamente con le persone. Dovete costruire ponti. Il futuro siete voi».l
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