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Danish, zio di Saman: “Volevano uccidere anche me”

Jacopo Della Porta
Danish, zio di Saman: “Volevano uccidere anche me”

Le accuse nel nuovo interrogatorio: «Ero d’accordo che stesse con Saqib: quella buca era anche per me»

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Novellara «Penso che quella notte mi abbiano chiamato perché volevano uccidermi per il mio buon rapporto con Saman e perché ero d’accordo sulla sua relazione con Saqib». Lo zio di Saman, Danish Hasnain, è tornato a parlare e ha aggiunto nuovi elementi.

Il 16 novembre, il giorno dopo la cattura in Pakistan del fratello Shabbar, aveva rotto il silenzio per la prima volta davanti alla Polizia Penitenziaria, consentendo poi il ritrovamento del corpo della ragazza.

Il 10 marzo è stato ascoltato nel carcere di Reggio Emilia dal procuratore capo Calogero Gaetano Paci e dalla sostituta Laura Galli, alla presenza del difensore Liborio Cataliotti. Danish ha ripercorso quanto avvenuto la notte tra il 30 aprile e il primo maggio 2021, quando la diciottenne fu uccisa. Sostiene che venne svegliato dai cugini, dopo che era andato a letto alle 22.30 nel casolare di via Comunale Novellara, che si trova in territorio di Campagnola. I due coimputati Ikram Ijaz, detto Kami, e Nomanulhaq Nomanulhaq, detto Man, gli dissero che avevano ricevuto una telefonata e che «c’era stato un litigio e c’era scappato il morto».

Perché svegliarlo nel cuore della notte? Secondo lo zio in quel momento c’era un piano per incastrarlo perché, considerato il suo rapporto con Saman, sapevano che avrebbe parlato. «E a pensarci bene la buca era troppo grande per una persona sola…». Dunque, volevano eliminarlo, anche se poi, non sa perché, non si risolsero a farlo.

La notte del delitto

I tre si recarono nella carraia che si trova di fronte all’ingresso del casolare degli Abbas. «Ho visto Saman sdraiata, con il collo strano, stretto». La sua reazione sarebbe stata di disperazione. Descrive una scena nella quale si mise a urlare, maledire tutti e piangere, fino a perdere i sensi. Poi, i cugini lo avrebbero risvegliato, sorretto, e gli avrebbero dato da bere. «Ho sentito che dicevano che l’aveva uccisa la madre».

Hasnain racconta che voleva chiamare i carabinieri, ma non aveva il telefono con sé. I cugini lo avrebbero minacciato dicendogli che lo avrebbero accusato del delitto. Poco dopo Man e Kami, che in quel momento indossavano dei guanti, presero la ragazza, uno per le braccia, l’altro per i piedi, e si incamminarono verso il casolare diroccato di strada Reatino, che si trova a 500 metri dall’abitazione degli Abbas. Un luogo dove il fratello Shabbar andava solitamente a bere. «Hanno appoggiato il corpo davanti al casolare e sono andati a prendere le pale. Io mi sono stretto il corpo di Saman al petto». Sappiamo che i Ris hanno trovato su un suo indumento flebili tracce biologiche compatibili con quelle della vittima.

Lo zio sostiene di essersi appoggiato a una vite e aver pianto, mentre i cugini lavorarono per un paio d’ore per scavare la fossa.

Nell’interrogatorio Danish ha fornito la sua versione su alcuni pesanti indizi raccolti dagli inquirenti. Uno di questi riguarda il filmato del 29 aprile sera, nel quale è ripreso mentre insieme ai cugini si reca nelle serre con delle pale e un piede di porco. Il datore Ivan Bartoli sostiene che non fossero in orario di lavoro e comunque di non avere commissionato alcun intervento.

Diversa la versione dello zio, che dice che Bartoli aveva tentato di contattarlo al telefono per farlo tornare a lavorare, ma lui non aveva risposto perché era stanco. Allora, il fratello di Saman si sarebbe recato nel suo casolare per chiamarlo e dirgli che Shabbar non poteva andare. «L’attività da fare era chiudere le serre e controllare le “canale”».

In quella circostanza si sarebbero fermati a riposare perché a un tratto si era messo a piovere.

Il lavoro «fatto bene»

Altri indizi contro Hasnain sono contenuti nella conversazione che lo stesso ebbe il primo maggio con la moglie su WhatApp. In quella chat, poi cancellata, ma recuperata dagli investigatori, parlava di «un lavoro fatto bene». Per gli investigatori il riferimento è alla profonda buca nella quale si voleva far scomparire per sempre Saman. Per Danish quella frase significa, invece, che «i documenti sono fatti bene e io posso stare qua». Dunque, stava parlando delle pratiche burocratiche per restare in Italia.

L’uomo ha spiegato, a suo modo, gli altri passaggi incriminati di quella conversazione, fornendo ogni volta una lettura diversa rispetto a quella della procura.

Ma perché scappare da Novellara? «I carabinieri sono venuti tre volte a prenderci e ci hanno tenuto seduti 12 ore. Così, per tre giorni consecutivi. Siamo scappati perché avevamo paura di essere messi in prigione».