Via il Tricolore dal Mapei stadium. Dal Cin: «Toglierlo non ha senso»
L’ex patron granata è stato il promotore della costruzione dell’impianto: «Una mossa davvero fuori luogo, il Sassuolo ha già difficoltà ambientali a Reggio Emilia»
Reggio Emilia «Mi sembra una mossa onestamente inopportuna. Non ha senso. Il Sassuolo a Reggio Emilia ha già delle difficoltà ambientali che conosco da tempo. Quindi mi sembra una mossa fuori luogo». Va direttamente al punto Franco Dal Cin, ex amministratore delegato granata fra il 1993 e il 2002, raggiunto telefonicamente dalla Gazzetta per capire cosa pensi dell’intenzione del Sassuolo di rimuovere il gigantesco tricolore che si trova all’ingresso dello stadio per sostituirlo con un’opera dell’artista e illustratrice reggiana, Olimpia Zagnoli, accendendo le proteste del tifo granata. È stato Dal Cin, il 25 settembre del 1994, a posare la storica prima pietra per la costruzione dello stadio Giglio, poi diventato Città del Tricolore: un impianto nato nel 1995 con un investimento di 28 miliardi di lire, che la società granata aveva recuperato attraverso un piano finanziario che ha previsto un mutuo con il Credito sportivo di 15 miliardi, la sottoscrizione di abbonamenti pluriennali da parte dei tifosi per 5 miliardi, la cessione dei palchi ad aziende per altri 4 miliardi di lire e la sponsorizzazione dello stadio per altri 5 miliardi da parte delle Latterie Giglio.
Una forma avanguardistica di autofinanziamento dei tifosi granata, che considerano tuttora l’impianto la loro casa, sebbene di fatto la proprietà sia targata Mapei ormai da dieci anni, ovvero dal 2013, quando sull’onda lunga delle ceneri della Reggiana targata Ernesto Foglia, che risaliva al 2005, Mapei si aggiudicò lo stadio all’asta per 3 milioni e 750mila euro.
«Mi sembra una mossa fuori luogo, che serve solo ad acuire le difficoltà e che non agevola la convivenza», afferma Dal Cin, tornato di recente a Reggio per presentare il suo libro autobiografico scritto con il giornalista del Messaggero Veneto Massimo Meroi e intitolato “Delitto imperfetto. Fatti e misfatti nel mondo del calcio e non solo. Uno su tutti è entrato nella storia” (Aviani & Aviani editori): un’autobiografia nella quale si dilunga anche sulla sua esperienza granata e sulla storia del Giglio, al quale è dedicato il capitolo “Il nuovo stadio Giglio, ma sbatto su… Delrio”.
«Togliere quel Tricolore non ha senso – afferma Dal Cin – la nuova opera non si può mettere da un’altra parte? Personalmente, nei miei pensieri ho sempre ritenuto che Sassuolo e Reggiana potessero convivere serenamente, pur nel pieno rispetto delle diverse proprietà, e che le due squadre potessero collaborare. Ma questa scelta a che pro? La nuova opera si può mettere nel salone oppure altrove, ma al posto della bandiera proprio no. Non mi sembra un’idea costruttiva».
A Dal Cin, anzi, «sembra una cosa proprio sbagliata: la bandiera rappresenta la città, che è la città del tricolore e lo stadio ha la sua storia: una storia fatta di sacrifici di fatiche e di entusiasmi dell’intera città. Quindi togliere il tricolore vuol dire cancellare la storia di questo stadio, che è sì di proprietà della Mapei, ma che lo è diventata da un fatto doloroso per la città. Lo hanno già denominato Mapei, è perfetto, ma questa cosa mi sembra fuori luogo, quasi una mancanza di rispetto a me e noi che abbiamo fatto questo stadio».
L’ex presidente della Reggiana riconosce tuttavia che l’impianto nato grazie a una sua intuizione ha avuto nel corso di questi anni molti miglioramenti. E fra le sue ultime visite all’impianto c’è anche quella avvenuta nel 2020, quando venne fatto un corposo restyling con la sostituzione delle coperture delle due tribune e del manto erboso.
«Li ringraziamo, l’impianto è tenuto benissimo. Sono ormai passati quasi 30 anni da quanto è stato costruito ed è tenuto in modo adeguato – conclude – . Ho fatto sempre i complimenti al Sassuolo per questo, ma questa mossa mi sembra davvero fuori luogo. Io ogni tanto passo a vedere l’impianto: è la mia creatura, tra virgolette, come lo è di ognuno dei tifosi reggiani che hanno contribuito a costruirlo. È un’opera di cooperazione reggiana, un concetto storico a Reggio. Grazie a Mapei funziona, è tutto bello, ma proprio non capisco questa forzatura, è illogica».
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